Il verbo l'ho voluto all'infinito, mi pare esprima meglio i suoi mille volti: di liberazione e di rimpianto, di un vestito lussuoso e una giacca rappezzata, di un bambino solo, di una spiaggia e un mare scintillanti, di occhi che sorridono e che piangono, di rifiuto e di accoglienza,...e poi..."infinito" è parola che ogni volta mi impone stupore. Non c'è orizzonte, nulla inizia o finisce, non so di luce, di buio o di tempo, non un riferimento, una presenza. "Infinito", idea quasi sensazione che ho dentro, che non approda però alla comprensione come le altre idee delle cose, delle persone o di concetti pur indefiniti, il bello, la musica,...è altro. Eppure mi è sufficiente l'idea per accorgermi che i ricordi della vita sono anche "brevi ricordi di infinito".
Non so rivedere tutto il mio passato, soltanto alcuni attimi o "tempi" della mia esperienza si sono fissati in me. Come l'immagine di una fotografia il ricordo mi riporta a quell'istante fermato, rimasto unico, immodificabile. Impossibile replicarne il vissuto, sarebbe comunque un atto nuovo.
Mi è capitato di ascoltare i ricordi degli altri. A volte mi sono raffigurato un luogo indefinito, scaffali stipati di pacchi e scatole. Un uomo va, gira attorno lo sguardo, punta una direzione, afferra e si allontana; poi siede, ne soffia la polvere, scoperchia o spacchetta,....racconta. Terminato, riavvolge o ricopre, torna sui suoi passi e ripone. Il posto è sempre là, nulla si è perso, nulla si è aggiunto.
E qui nascono a mio avviso una domanda e il tentativo di una riflessione:
" Ha senso essere semplici custodi del passato ?"
Ricordare è importante nel vissuto di ognuno, chiede ascolto attento di sé, ascolto e rispetto affettuoso per la persona che racconta. Ma chi può essere certo che "nulla si sia perso o aggiunto" nel pensiero e nel cuore dell'altro, stabilire che l'altro sia "semplice custode del passato"?
Nessuna cattedra, nessun giudizio, piuttosto una mano tesa se qualcuno è in affanno, forse in modo discreto e prudente si può stargli accanto, col silenzio o con parole sobrie, poche,non gravose.
Oltre la relazione con gli altri....
...il mio passato appartiene a tutto il mio essere, all'adesso del mio tempo, anche i ricordi mi costituiscono; li interrogo e li ridiscuto, rispettando le coordinate del tempo trascorso, e li raffronto con le novità del mondo, della mia vita che cambia nell'età "alta", incerta, eppure non senza futuro.
Se sa di non appartenenza come un ramo reciso, di inutilità, il "deposito dei ricordi" tende a intristirsi, anche i ricordi belli appassiscono, ma se il passato è parte di me allora è tempo vivo, e il ricordo aggiunge qualcosa al "breve infinito" del mio quotidiano. Vorrei accadesse a tutti, aggiungere almeno un filo di speranza e di pace.
Colloquiare coi ricordi: scuola da frequentare tutta la vita, sempre da allievo.
sabato 19 febbraio 2011
venerdì 28 gennaio 2011
L'accompagnamento più ambito ( 30° di Q. di L. )
L'accompagnamento si è compiuto, e viene spontaneo ripensarne la storia, luci e ombre. Può succedere di indugiare più a lungo sulle emozioni forti conosciute e riviverle con un certo senso di gratificazione. Chiarire a sé stessi le capacità e i limiti propri, le possibili reazioni del malato può essere utile ed affinare "l'arte" e la saggezza dell'accompagnamento, fa parte del percorso personale di maturazione e di autocontrollo che offre il volontario domiciliare.
Mi sembra tuttavia importante non assolutizzare la propria esperienza, tanto più se maturata in un clima di insolita complessità; ne nascerebbe una sottile propensione verso "il caso eccezionale", per il quale soltanto varrebbe la pena di spendersi.
Le situazioni particolarmente gravi attraggono perché chiedono forte senso di responsabilità, di partecipazione e insieme capacità di distacco, e possono diventare motivo di confronto, a volte di autoaffermazione.
Resta tuttavia un possibile fraintendimento di valori, quello di sottovalutare l'importanza degli atti consueti, ripetitivi, delle situazioni comuni nel rapporto della quotidianità.
Tutto l'accompagnamento può essere pensato come fedeltà costante a sostenere nell'ordinario l'eventualità che la malattia impone, innamorandosi delle cose umili del momento: il servizio reso al familiare, la battuta allegra, il silenzio condiviso per un'inquietudine che assilla o un sorriso appena accennato.
Le piccole cose avviano alle grandi, ma nell'apparente penombra delle prime è più facile l'umiltà e il silenzio nell'ascolto dell'amore, della vita: cioè del bene che gratuitamente scambiamo e respiriamo con tutti, anche con chi a volte non se ne accorge.
Condividere la sofferenza e la fine di un uomo aiuta a comprendere come l'amore sia l'unico riferimento sempre possibile di fronte all'impossibile: è il senso delle parole che spesso ascoltiamo dai parenti in lutto.
Di questo amore gratuito mi sembra espressione semplice e luminosa che il volontario non scelga il malato con cui iniziare l'ultimo tratto del cammino.
Mi sembra tuttavia importante non assolutizzare la propria esperienza, tanto più se maturata in un clima di insolita complessità; ne nascerebbe una sottile propensione verso "il caso eccezionale", per il quale soltanto varrebbe la pena di spendersi.
Le situazioni particolarmente gravi attraggono perché chiedono forte senso di responsabilità, di partecipazione e insieme capacità di distacco, e possono diventare motivo di confronto, a volte di autoaffermazione.
Resta tuttavia un possibile fraintendimento di valori, quello di sottovalutare l'importanza degli atti consueti, ripetitivi, delle situazioni comuni nel rapporto della quotidianità.
Tutto l'accompagnamento può essere pensato come fedeltà costante a sostenere nell'ordinario l'eventualità che la malattia impone, innamorandosi delle cose umili del momento: il servizio reso al familiare, la battuta allegra, il silenzio condiviso per un'inquietudine che assilla o un sorriso appena accennato.
Le piccole cose avviano alle grandi, ma nell'apparente penombra delle prime è più facile l'umiltà e il silenzio nell'ascolto dell'amore, della vita: cioè del bene che gratuitamente scambiamo e respiriamo con tutti, anche con chi a volte non se ne accorge.
Condividere la sofferenza e la fine di un uomo aiuta a comprendere come l'amore sia l'unico riferimento sempre possibile di fronte all'impossibile: è il senso delle parole che spesso ascoltiamo dai parenti in lutto.
Di questo amore gratuito mi sembra espressione semplice e luminosa che il volontario non scelga il malato con cui iniziare l'ultimo tratto del cammino.
venerdì 21 gennaio 2011
Il letto accanto a quello del "mio" malato ( 29° di Q. di L. )
Ospedale San Paolo. Il letto accanto a quello del "mio" malato ospita un vecchio. Ci ha visti parlare, Filippo e io, e mi chiede di tenergli la mano. Non è malato oncologico e non mi parla del suo male, soltanto mi dice che è vicino alla fine e racconta l'importanza che la Fede ha per lui. Argomenti forti, mirati, ma si stanca; la voce si fa fioca e non capisco. Con un dito alza la mascherina dell'ossigeno, mentre io avvicino l'orecchio: " Nessuno possiede niente" .
Tra una parola e l'altra la distanza di un respiro breve. Riposiziona la maschera. Si scopre povero nella morte, una povertà benedetta che fa spazio al Signore che viene.
Vorrei abbracciarlo. Dall'ultima soglia del suo tempo parole vere, di intelligenza spirituale, di pacificazione e di aiuto a chi resta.
Caro, sconosciuto vecchio malato, forse non avverti in te la ricchezza che porti, mentre sino all'ultimo assolvi tra i fratelli la tua vocazione cristiana.
Tra una parola e l'altra la distanza di un respiro breve. Riposiziona la maschera. Si scopre povero nella morte, una povertà benedetta che fa spazio al Signore che viene.
Vorrei abbracciarlo. Dall'ultima soglia del suo tempo parole vere, di intelligenza spirituale, di pacificazione e di aiuto a chi resta.
Caro, sconosciuto vecchio malato, forse non avverti in te la ricchezza che porti, mentre sino all'ultimo assolvi tra i fratelli la tua vocazione cristiana.
sabato 8 gennaio 2011
La solitudine del morente ( 28° di Q. di L.)
Da tempo ho scritto la riflessione "Lasciarsi conoscere", una pagina che sin da allora sentivo incompleta. La rileggo e la riprendo nella speranza di saper esprimere ciò che di importante per me non avevo saputo dire. Importante per la prospettiva spirituale in cui, da volontario ,vivo l'accompagnamento concretamente fino al suo esito.
La solitudine obbligata del morente svela la povertà costitutiva dell'uomo, una solitudine che si proietta nell'oltre, sconosciuta e inquietante. Il volontario cammina col malato sino al limite della vita che si spegne: oltre la soglia il malato è solo. Anche la presenza di parenti e amici non può nulla: nell'attimo designato, sempre incerto, il suo corpo muta da persona a cosa, così l'uomo oltrepassa la morte solo con sé stesso.
Questa fondamentale esperienza della vita esige un senso che ciascuno di noi vi legge dentro, secondo le sue più profonde convinzioni. La prospettiva della fede cristiana non sovverte l'evidenza, che resta umanamente incomprensibile e sconvolgente, ma la pone nella luce misteriosa della resurrezione di Gesù Cristo.
Le sofferenze del malato e la pena condivisa dal volontario sono "consolate" dalla certezza che la morte non chiude la vita e che nell'intimità del suo spirito nessuno è solo nell'ora del distacco.
Anche il cristiano è spettatore della solitudine del morente, ma crede che la vita non viene meno e si trasfigura.
1° Giov. (2,29-3,6) "Ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo come Egli è".
La solitudine obbligata del morente svela la povertà costitutiva dell'uomo, una solitudine che si proietta nell'oltre, sconosciuta e inquietante. Il volontario cammina col malato sino al limite della vita che si spegne: oltre la soglia il malato è solo. Anche la presenza di parenti e amici non può nulla: nell'attimo designato, sempre incerto, il suo corpo muta da persona a cosa, così l'uomo oltrepassa la morte solo con sé stesso.
Questa fondamentale esperienza della vita esige un senso che ciascuno di noi vi legge dentro, secondo le sue più profonde convinzioni. La prospettiva della fede cristiana non sovverte l'evidenza, che resta umanamente incomprensibile e sconvolgente, ma la pone nella luce misteriosa della resurrezione di Gesù Cristo.
Le sofferenze del malato e la pena condivisa dal volontario sono "consolate" dalla certezza che la morte non chiude la vita e che nell'intimità del suo spirito nessuno è solo nell'ora del distacco.
Anche il cristiano è spettatore della solitudine del morente, ma crede che la vita non viene meno e si trasfigura.
1° Giov. (2,29-3,6) "Ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo come Egli è".
martedì 28 dicembre 2010
La solitudine del malato terminale (27° di Q. di L.)
Il persistere e l'aggravarsi della malattia inducono un senso di disorientamento esistenziale. Il malato avverte l'urgenza di partecipare agli altri l'incomprensibilità, lo stupore e l'angoscia della sua situazione, prima inimmaginabile, ma subito gli è chiaro che non troverà parole adeguate; smisurato il divario tra ogni possibile espressione e la realtà che vive.
" Il male e tutto quello che ho dentro, non riesco a dirlo". Non può esprimere il suo dolore: non c'è misura, non concetto cui potersi riferire, il dolore è davvero inesprimibile. Questa comunicazione negata può sfociare nel silenzio, nell'isolamento; poi nella solitudine in mancanza di possibili riferimenti che trascendano la situazione presente, ad esempio la fede religiosa.
La solitudine va oltre l'isolamento; estranea ad ogni speranza e indifferente all'amore respinge ogni rapporto; una disperazione mesta, è la scelta di "lasciarsi andare". Spesso il paziente manifesta questo suo stato d'animo nella postura che assume: il volto rivolto alla parete, dà di spalle a chi lo assiste. Un silenzio assillante, il volontario vorrebbe intuire l'esperienza della desolazione che gli sta di fronte. Nella mente del malato forse non vi sono volti né cose, solo un abbandono sconfinato; forse la sua stessa identità confusa in un dolore incomprensibile, disperato.
Talvolta ho tentato di confidargli in modo affettuoso ciò che io stesso provavo nella impossibilità della condivisione. E' il limite che ci accomuna, eppure nella mia esperienza, insuperabile.
" Il male e tutto quello che ho dentro, non riesco a dirlo". Non può esprimere il suo dolore: non c'è misura, non concetto cui potersi riferire, il dolore è davvero inesprimibile. Questa comunicazione negata può sfociare nel silenzio, nell'isolamento; poi nella solitudine in mancanza di possibili riferimenti che trascendano la situazione presente, ad esempio la fede religiosa.
La solitudine va oltre l'isolamento; estranea ad ogni speranza e indifferente all'amore respinge ogni rapporto; una disperazione mesta, è la scelta di "lasciarsi andare". Spesso il paziente manifesta questo suo stato d'animo nella postura che assume: il volto rivolto alla parete, dà di spalle a chi lo assiste. Un silenzio assillante, il volontario vorrebbe intuire l'esperienza della desolazione che gli sta di fronte. Nella mente del malato forse non vi sono volti né cose, solo un abbandono sconfinato; forse la sua stessa identità confusa in un dolore incomprensibile, disperato.
Talvolta ho tentato di confidargli in modo affettuoso ciò che io stesso provavo nella impossibilità della condivisione. E' il limite che ci accomuna, eppure nella mia esperienza, insuperabile.
lunedì 20 dicembre 2010
Pensieri di Natale
Siamo vicini al Natale, mi piace molto questa riflessione di Barth, è bella e mi piace accostarla all'annuncio degli Angeli ai Pastori.
" Finché era più giovane, l'uomo poteva ancora immaginarsi di essere lui stesso ad andare incontro al suo Signore. L'età deve diventare per lui occasione per scoprire che invece è il Signore che gli viene incontro per assumere il suo destino. "
" Finché era più giovane, l'uomo poteva ancora immaginarsi di essere lui stesso ad andare incontro al suo Signore. L'età deve diventare per lui occasione per scoprire che invece è il Signore che gli viene incontro per assumere il suo destino. "
mercoledì 8 dicembre 2010
Lasciarsi conoscere ( 26° di Q. di Lavoro)
Quando il volontario avvicina il paziente nella fase avanzata della malattia, fa esperienza di una modalità insolita dell'accompagnamento; è lo stadio in cui le forze sono quasi esaurite, la parola affiora a fatica e momenti di lucidità si alternano a spazi di assenza.
Questo particolare stato sollecita ad usare ogni attenzione al limite del possibile, che allevii il dolore e offra la consolazione di una presenza amica, anche se sconosciuta. Ma al di là del "prendersi cura", che già è ascolto, il pensiero che il vero "dramma" del distacco si compie nella solitudine di questo silenzio obbligato, spinge il volontario a desiderare intensamente di poter cogliere una parola, comprenderla per restituirne un'altra nella quiete, che rincuori.
Ricordo di aver scritto che il silenzio "ospita sempre un messaggio e un segreto:ciò che vorresti donare e che incosapevolmente esprimi con tutto te stesso; ciò che del tuo silenzio il malato porterà con sé" (Scelgo il mio silenzio). E' quanto accade ora.
L'ascolto del volontario sembra trovarsi in un vicolo cieco, ma non altrettanto avviene per il malato, o almeno non sempre, e può sfuggire un aspetto importante presente nella sua prospettiva: il bisogno di conoscere chi gli sta accanto, un'urgenza che cresce in rapporto alla gravità dello stato in cui sa di trovarsi. E' persona che non ho mai incontrato prima, perciò il suo sguardo domanda "Chi sei, perché qui?", e lui stesso risponde al mio posto.
C'è una comprensione possibile dell'animo che si esprime nel volto di un uomo anche nel silenzio; di tanto in tanto il malato mi "spia", immobile, in una consapevolezza mai definita. In questo incontro di sguardi, in pochi attimi, si riassume l'amore dell'accompagnamento.
Lasciarsi conoscere significa privilegiare il malato nel rapporto secondo le forze che ancora gli restano. Non si tratta di "rinunciare" all'ascolto, ma in certo senso di accettare qualche istante o pochi minuti di "sospensione"; non di prestare ascolto ma di prestare me stesso, consegnandomi alla sua iniziativa. Quando la via del colloquio è impraticabile, rimane la presenza accanto all'altro nel silenzio: unica a dire di me ciò che io non posso o non saprei dire. Nel silenzio accompagno il malato e ne sopporto lo sguardo, ora fisso, a volte fugace: ora di sfinimento, o inquieto o rassegnato, ora di pace, senza possibilità di replica; lasciarmi conoscere, accettare di essere "visto" come il morente mi vede. Può turbare. E' presenza semplice e affettuosa che spontaneamente vela nel mio sguardo ogni autoaffermazione presente nel comune confronto con l'altro.
"Lasciarsi guardare" non è disimpegno, ma consegna consapevole della propria immagine. E' tutto ciò che posso fare per lui. Questo atteggiamento affina l'ascolto ed è esperienza che mi aiuterà ad incontrare meglio l'altro.
Il cristiano vive nel tempo che passa la sofferenza del momento e la certezza dell'eterno, vive questo accompagnamento nella preghiera semplice, che abbraccia con fiducia il mistero della vita e della morte.
Questo particolare stato sollecita ad usare ogni attenzione al limite del possibile, che allevii il dolore e offra la consolazione di una presenza amica, anche se sconosciuta. Ma al di là del "prendersi cura", che già è ascolto, il pensiero che il vero "dramma" del distacco si compie nella solitudine di questo silenzio obbligato, spinge il volontario a desiderare intensamente di poter cogliere una parola, comprenderla per restituirne un'altra nella quiete, che rincuori.
Ricordo di aver scritto che il silenzio "ospita sempre un messaggio e un segreto:ciò che vorresti donare e che incosapevolmente esprimi con tutto te stesso; ciò che del tuo silenzio il malato porterà con sé" (Scelgo il mio silenzio). E' quanto accade ora.
L'ascolto del volontario sembra trovarsi in un vicolo cieco, ma non altrettanto avviene per il malato, o almeno non sempre, e può sfuggire un aspetto importante presente nella sua prospettiva: il bisogno di conoscere chi gli sta accanto, un'urgenza che cresce in rapporto alla gravità dello stato in cui sa di trovarsi. E' persona che non ho mai incontrato prima, perciò il suo sguardo domanda "Chi sei, perché qui?", e lui stesso risponde al mio posto.
C'è una comprensione possibile dell'animo che si esprime nel volto di un uomo anche nel silenzio; di tanto in tanto il malato mi "spia", immobile, in una consapevolezza mai definita. In questo incontro di sguardi, in pochi attimi, si riassume l'amore dell'accompagnamento.
Lasciarsi conoscere significa privilegiare il malato nel rapporto secondo le forze che ancora gli restano. Non si tratta di "rinunciare" all'ascolto, ma in certo senso di accettare qualche istante o pochi minuti di "sospensione"; non di prestare ascolto ma di prestare me stesso, consegnandomi alla sua iniziativa. Quando la via del colloquio è impraticabile, rimane la presenza accanto all'altro nel silenzio: unica a dire di me ciò che io non posso o non saprei dire. Nel silenzio accompagno il malato e ne sopporto lo sguardo, ora fisso, a volte fugace: ora di sfinimento, o inquieto o rassegnato, ora di pace, senza possibilità di replica; lasciarmi conoscere, accettare di essere "visto" come il morente mi vede. Può turbare. E' presenza semplice e affettuosa che spontaneamente vela nel mio sguardo ogni autoaffermazione presente nel comune confronto con l'altro.
"Lasciarsi guardare" non è disimpegno, ma consegna consapevole della propria immagine. E' tutto ciò che posso fare per lui. Questo atteggiamento affina l'ascolto ed è esperienza che mi aiuterà ad incontrare meglio l'altro.
Il cristiano vive nel tempo che passa la sofferenza del momento e la certezza dell'eterno, vive questo accompagnamento nella preghiera semplice, che abbraccia con fiducia il mistero della vita e della morte.
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