(Articolo per la parrocchia)
Molti pazienti oncologici raggiungono oggi la guarigione o una terapia di controllo compatibile con la normalità della vita. Altri, nella propria abitazione , sono affidati alle "Unità di Cure Palliative Domiciliari" e il volontario può essere invitato dal personale sanitario, nella distinzione dei ruoli, ad offrire il suo contributo di assistenza. E' subito chiaro che l'aspetto medico, pur importantissimo, non è l'unico motivo di inquietudine.
Col passare dei giorni il malato si accorge di non appartenere più al mondo esterno, che pure era il suo: il lavoro, gli impegni, gli svaghi, le amicizie si rarefanno e presto diventano realtà lontane. I limiti che la malattia impone diventano barriere che isolano. L'affiorare di queste difficoltà, i ricordi rappresentano ogni volta un confronto e un distacco premonitore di "qualcosa" che accadrà, e col pensiero il paziente ripercorre la storia della sua vita, della sua malattia, della sua famiglia; il suo modo di valutare l'esistenza.
Il volontario domiciliare offre la sua disponibilità a rimanere vicino al malato; in modo figurativo si parla di "accompagnamento", cioè di andare insieme, in un contesto semplicemente "umano" non professionale, con il bagaglio spirituale, culturale e psicologico che ognuno porta con sé, senza imporlo e senza rinunciarvi. Nessuna finzione dunque, nessun secondo fine. "Accompagno", non conduco: è il malato nella sua strada obbligata a decidere la cadenza del passo, l'arrancare o la sosta; a volte si affretta, non sempre è facile tenerne il ritmo. Il volontario non lo abbandona, ha attenzione e affetto anche per la sua famiglia, per le persone che a qualunque titolo gli sono vicine e soffrono solidalmente con lui, o ne sopportano la presenza.
( segue)
lunedì 20 giugno 2011
sabato 11 giugno 2011
Figura di donna
Figura di donna giovane seduta, ritratta di lato. Piedi appoggiati a uno sgabello un po' in là dalla seggiola. In luce viva il collo, i capelli ondulati raccolti alla nuca, e parte delle mani giunte. Viso appena reclinato in avanti a custodire le mani giunte del bambino che tiene sulle ginocchia.
E' mia madre, lui mio fratello Francesco, due anni circa. La foto in bianco e nero lo ritrae frontalmente. Piedi e gambe si agganciano, capelli chiari, braccia ben tornite, in camicia da notte bianca senza maniche; tutto in luce viva, accesa nel vestito scuro della mamma. E' impegnato nella operazione delle sue manine, paffuto e serio di quella serietà innocente che fa sorridere i grandi e li fa pensare. Dietro, un lettino con la rete di corda ai lati, intravedo la tappezzeria del muro, l'anta di un armadio ma tutto è sfumato. Scene nel quotidiano della mia famiglia, anche per me che sono l'ultimo è stato così.
Non è poco, la mamma accanto al letto col suo bambino, il respiro unico della preghiera. E' tempo dedicato. Non ho scritto parole da Libro Cuore, è ricordo di dolcezza e di sobrietà, immagine sì d'altri tempi ma la terra buona è scelta di ieri come di oggi.
Da lì, dalle mani giunte della mamma e del bambino inizia la "storia della mia preghiera", sempre più personale, e mi accorgo che più che storia "mia" in sostanza è la storia di Gesù in me. Ricostruirla a tu per tu con Lui (e con Maria), non scriverla, tentare di comprenderne i significati e viverli; la meraviglia per l'impensabile e il "definitivo" accaduti, sorprese ritrovate o riconosciute soltanto ora. Il Signore che non ti abbandona e si fa sempre più vicino, più intimo.
Anche questo è tempo dedicato.
Da lì, dalle mani giunte della mamma e del bambino inizia "la storia della mia preghiera"...eppure ho care le parole di S. Agostino:
" Tardi ti ho amato,.."
E' mia madre, lui mio fratello Francesco, due anni circa. La foto in bianco e nero lo ritrae frontalmente. Piedi e gambe si agganciano, capelli chiari, braccia ben tornite, in camicia da notte bianca senza maniche; tutto in luce viva, accesa nel vestito scuro della mamma. E' impegnato nella operazione delle sue manine, paffuto e serio di quella serietà innocente che fa sorridere i grandi e li fa pensare. Dietro, un lettino con la rete di corda ai lati, intravedo la tappezzeria del muro, l'anta di un armadio ma tutto è sfumato. Scene nel quotidiano della mia famiglia, anche per me che sono l'ultimo è stato così.
Non è poco, la mamma accanto al letto col suo bambino, il respiro unico della preghiera. E' tempo dedicato. Non ho scritto parole da Libro Cuore, è ricordo di dolcezza e di sobrietà, immagine sì d'altri tempi ma la terra buona è scelta di ieri come di oggi.
Da lì, dalle mani giunte della mamma e del bambino inizia la "storia della mia preghiera", sempre più personale, e mi accorgo che più che storia "mia" in sostanza è la storia di Gesù in me. Ricostruirla a tu per tu con Lui (e con Maria), non scriverla, tentare di comprenderne i significati e viverli; la meraviglia per l'impensabile e il "definitivo" accaduti, sorprese ritrovate o riconosciute soltanto ora. Il Signore che non ti abbandona e si fa sempre più vicino, più intimo.
Anche questo è tempo dedicato.
Da lì, dalle mani giunte della mamma e del bambino inizia "la storia della mia preghiera"...eppure ho care le parole di S. Agostino:
" Tardi ti ho amato,.."
venerdì 3 giugno 2011
Dedicato a chi è giovane
La voce stessa dice da subito il mio nome e chi mi chiama, la sorpresa, poi sorrisi aperti. Lo trovo in gamba il mio amico Luca, veleggia verso i novanta, sempre sottile, non solo il pensiero, e con la sua bella ironia.
- Luca! Che bello, come stai..
- Luigi, e tu?
- Bene, gli dico e tra il serio e il faceto,.. ho 78 anni, sono vecchio..
- Lui, breve stacco riflessivo,.."aspirante vecchio".
Quattro passi insieme, in centro dalle parti di Via Santa Marta, parliamo del più e del meno,..
il piacere dell'incontro, godiamo insieme la sincerità dell'amicizia che non è passata.
- Luca! Che bello, come stai..
- Luigi, e tu?
- Bene, gli dico e tra il serio e il faceto,.. ho 78 anni, sono vecchio..
- Lui, breve stacco riflessivo,.."aspirante vecchio".
Quattro passi insieme, in centro dalle parti di Via Santa Marta, parliamo del più e del meno,..
il piacere dell'incontro, godiamo insieme la sincerità dell'amicizia che non è passata.
giovedì 2 giugno 2011
Voglia di ricominciare (42° di Q. di L.)
Settembre.
Dopo le ferie la voglia di ricominciare. Prima però una pausa di riflessione, un momento di ascolto del Gruppo, per rinsaldare la coesione tra noi, l amicizia.
Tutti siamo volontari da anni e forse ci sfiora il rischio di riprendere automaticamente l'attività, di mettere in secondo piano i contenuti forti che ci hanno motivato. Sicurezza comprensibile, ma che può affievolire l'apertura a indagare vie nuove nell'ascolto attivo dell'accompagnamento. A fasi ricorrenti può ripresentarsi il rischio di professionalizzare il volontariato, di defilarci dal coinvolgimento e dalle relative domande di base. Ne propongo alcune tra le quali scegliere, se si vuole, la pista di riflessione più grdita.
Riconosco nell'accompagnamento l'umanità del malato e mi sintonizzo con lui in questa dimensione, oppure mi preoccupo per prima cosa del terreno sul quale confrontarmi ( appartenenza a ideologie o fedi, livello culturale, sociale..) Quali le conseguenze di tale scelta?
Il rispetto dell'umanità del malato esclude qualsiasi strumentalizzazione (proselitismo politico-religioso, problemi familiari..) ?
La frequentazione della sofferenza e della morte influisce sul mio modo di concepire la vita? Sono i miei convincimenti e le mie scelte personali a suggerirmene l'interpretazione?
Nella storia di un accompagnamento sono presenti scenari negativi. E' importante scoprire aspetti positivi nel malato e nei familiari? Si tratta di una ricerca doverosa o soltanto inerente allo stile personale del volontario?
L'immagine corrente del volontario è adeguata, sottovalutata, mitizzata?
Dopo le ferie la voglia di ricominciare. Prima però una pausa di riflessione, un momento di ascolto del Gruppo, per rinsaldare la coesione tra noi, l amicizia.
Tutti siamo volontari da anni e forse ci sfiora il rischio di riprendere automaticamente l'attività, di mettere in secondo piano i contenuti forti che ci hanno motivato. Sicurezza comprensibile, ma che può affievolire l'apertura a indagare vie nuove nell'ascolto attivo dell'accompagnamento. A fasi ricorrenti può ripresentarsi il rischio di professionalizzare il volontariato, di defilarci dal coinvolgimento e dalle relative domande di base. Ne propongo alcune tra le quali scegliere, se si vuole, la pista di riflessione più grdita.
Riconosco nell'accompagnamento l'umanità del malato e mi sintonizzo con lui in questa dimensione, oppure mi preoccupo per prima cosa del terreno sul quale confrontarmi ( appartenenza a ideologie o fedi, livello culturale, sociale..) Quali le conseguenze di tale scelta?
Il rispetto dell'umanità del malato esclude qualsiasi strumentalizzazione (proselitismo politico-religioso, problemi familiari..) ?
La frequentazione della sofferenza e della morte influisce sul mio modo di concepire la vita? Sono i miei convincimenti e le mie scelte personali a suggerirmene l'interpretazione?
Nella storia di un accompagnamento sono presenti scenari negativi. E' importante scoprire aspetti positivi nel malato e nei familiari? Si tratta di una ricerca doverosa o soltanto inerente allo stile personale del volontario?
L'immagine corrente del volontario è adeguata, sottovalutata, mitizzata?
sabato 21 maggio 2011
L'accompagnamento vissuto dal volontario in un itinerario di fede cristiana (Q. di L. 41°)
(segue da 40°)
Il cammino condiviso può richiedere al volontario la disponibilità ad intrattenersi con i familiari del malato anche oltre il tempo del decesso. Particolarmente chi resta solo a volte manifesta il rammarico di essere ormai abbandonato "anche" dal volntario; allora l'accompagnamento si protrae per una certa durata, sempre nella avvedutezza e nella discrezione del rapporto. Può essere utile in simili circostanze, tentare di approfondire insieme alcune riflessioni per comprendere e aiutare la vita che resta, quando viene a mancare una persona cara.
Quotidianamente televisioni e giornali ci parlano di morti, ma è gente che non conosciamo, forse una lieve emozione e non ci sentiamo coinvolti più di tanto.
Se muore invece chi amavo è uno schianto, la sua presenza mi invade improvvisa, è il suo volto; la sua espressione abituale mi parla di una realtà definitiva e riascolto le parole di ieri, forse di poco fa; accadeva nel tempo. Lui è arrivato, cominciano ad affiorare i "perché", la ricerca di significati; questa morte mi guarda, mi parla della mia morte, ci davamo del tu. Anche la realtà di chi è rimasto solo non è più quella di prima, e non è ricostituibile. C'è un non senso nel pensare e nel dire frasi di conforto come "deve rifarsi una vita". Nulla da rifare, la vita è unica, può solo continuare nella luce che hai scelto. Anche le novità più belle che i giorni potranno ancora riservare, saranno accompagnate dalle esperienze ormai costitutive di noi stessi. I ricordi non siano nostalgia sterile e ingombrante, ma spunti di vita più matura e ricca. Non dobbiamo dimenticare il passato e neppure mitizzarlo: "è passato" e non può essere richiamato in vita. E' necessaria una disciplina mentale e del cuore: i ricordi sono preziosi se aiutano la vita, diversamente ci si situa fuori dalla realtà, viviamo coi fantasmi...diventiamo fantasmi.
Non abbandoniamo le persone care che ci hanno lasciato, sono in comunione con noi; possiamo attualizzarne i ricordi nei loro valori e viverli nella realtà che ci circonda, possiamo sentirle vicine com testimoni invisibili del Regno, compagni sicuri di vita e di preghiera, insomma viviamo anche con loro alla presenza di Dio.
Dalla Croce ci è stata donata la maternità di Maria: "Donna ecco tuo figlio", e a Giovanni "Ecco tua Madre...e da quel momento il discepolo la prese nella sua casa". Occorre una pausa di ascolto. Noi preghiamo dicendo "..Adesso e nell'ora della nostra morte" e queste parole colgono nel segno l'incertezza della nostra realtà. Anch'io non conosco la mia ora, come, con chi o forse solo. Maria è una presenza sicura vicino al mio malato e a me. Come lei vorrei vivere con fiducia, innamorato della vita perché c'è il Signore.
Vorrei saper dire con Santa Teresa di Lisieux: "Nulla accade che Tu non consenta, nulla che Tu consenti è privo di speranza".
Il cammino condiviso può richiedere al volontario la disponibilità ad intrattenersi con i familiari del malato anche oltre il tempo del decesso. Particolarmente chi resta solo a volte manifesta il rammarico di essere ormai abbandonato "anche" dal volntario; allora l'accompagnamento si protrae per una certa durata, sempre nella avvedutezza e nella discrezione del rapporto. Può essere utile in simili circostanze, tentare di approfondire insieme alcune riflessioni per comprendere e aiutare la vita che resta, quando viene a mancare una persona cara.
Quotidianamente televisioni e giornali ci parlano di morti, ma è gente che non conosciamo, forse una lieve emozione e non ci sentiamo coinvolti più di tanto.
Se muore invece chi amavo è uno schianto, la sua presenza mi invade improvvisa, è il suo volto; la sua espressione abituale mi parla di una realtà definitiva e riascolto le parole di ieri, forse di poco fa; accadeva nel tempo. Lui è arrivato, cominciano ad affiorare i "perché", la ricerca di significati; questa morte mi guarda, mi parla della mia morte, ci davamo del tu. Anche la realtà di chi è rimasto solo non è più quella di prima, e non è ricostituibile. C'è un non senso nel pensare e nel dire frasi di conforto come "deve rifarsi una vita". Nulla da rifare, la vita è unica, può solo continuare nella luce che hai scelto. Anche le novità più belle che i giorni potranno ancora riservare, saranno accompagnate dalle esperienze ormai costitutive di noi stessi. I ricordi non siano nostalgia sterile e ingombrante, ma spunti di vita più matura e ricca. Non dobbiamo dimenticare il passato e neppure mitizzarlo: "è passato" e non può essere richiamato in vita. E' necessaria una disciplina mentale e del cuore: i ricordi sono preziosi se aiutano la vita, diversamente ci si situa fuori dalla realtà, viviamo coi fantasmi...diventiamo fantasmi.
Non abbandoniamo le persone care che ci hanno lasciato, sono in comunione con noi; possiamo attualizzarne i ricordi nei loro valori e viverli nella realtà che ci circonda, possiamo sentirle vicine com testimoni invisibili del Regno, compagni sicuri di vita e di preghiera, insomma viviamo anche con loro alla presenza di Dio.
Dalla Croce ci è stata donata la maternità di Maria: "Donna ecco tuo figlio", e a Giovanni "Ecco tua Madre...e da quel momento il discepolo la prese nella sua casa". Occorre una pausa di ascolto. Noi preghiamo dicendo "..Adesso e nell'ora della nostra morte" e queste parole colgono nel segno l'incertezza della nostra realtà. Anch'io non conosco la mia ora, come, con chi o forse solo. Maria è una presenza sicura vicino al mio malato e a me. Come lei vorrei vivere con fiducia, innamorato della vita perché c'è il Signore.
Vorrei saper dire con Santa Teresa di Lisieux: "Nulla accade che Tu non consenta, nulla che Tu consenti è privo di speranza".
domenica 15 maggio 2011
L'accompagnamento vissuto dal volontario in un itinerario di fede cristiana (40° di Q. di L.)
(segue da 39°)
Fianco a fianco al malato si parla, quando è possibile fa capolino anche il buonumore, si sta zitti insieme, si condivide quello che accade. Col passare dei giorni lo conosci nel suo declinare e anche se la realtà della tua vita non ha niente in comune con lui, non puoi non identificarlo con te stesso. Sei tu quell'uomo che soffre, che si lamenta; che piange nel suo "dolore totale", che dice la sua fede, le sue imprecazioni , le sue bestemmie, il suo tremendo silenzio: Gesù ha accolto tutto questo e mi chiede di fare altrettanto. Questa è la nuova condizione se voglio pregare, per lui o anche per me soltanto, perché ormai fa parte della mia vita, ci presentiamo insieme davanti al Signore, ciascuno a suo tempo.
Ma non voglio tacere una difficoltà grande, un peso che a volte opprime: l'assenza di Dio. Quando il dolore fisico schianta e sembra non avere fine, anche dentro di noi sentiamo una protesta. "Dio basta, non ne posso più, Dio dove sei?" Non voglio descrivere il dolore fisico perché il terrorismo psicologico non aiuta la serenità del giudizio, ma con un autore francese (M. Bellet) dico anch'io "Parole come coraggio, dignità, pazienza in quei momenti vorresti cancellarle dal vocabolario". L'assenza di Dio non è però solo un fatto di oggi. Tutta la storia ne parla e persino la Storia della Salvezza: tra gli ulivi del Getzemani nemmeno la supplica del Figlio di Dio ha ricevuto soddisfazione. E dopo la sua morte il mondo non è cambiato. C'è il pericolo che diventi un uragano di pensieri, di dubbi e di ansie.
A mettere pace, la figura di Gesù e le sue parole: "Il mio Regno non è di questo mondo". Al limite Gesù domanda "Volete andarvene anche voi?". Sono parole paurose e affascinanti, cui gli apostoli rispondono "Signore, da chi andremo?". L'assenza di Dio è un cammino verso una Fede che matura, sempre più incomprensibile e per questo più intima a Dio. Misteriosi i significati profondi delle Scritture e dei percorsi della vita, anche di quella di Gesù, che apparentemente inascoltato dal Padre conclude "Nelle tue mani consegno il mio spirito". Anche a noi rimane questo percorso: la Fede fondata sulla sua Parola, che ancora una volta non può essere dimostrata ma soltanto accolta, davanti alla sua passione e morte come davanti alla passione e morte del malato. "Sia fatta la tua volontà", perché so che Tu mi vuoi bene.
Allora accolgo di nuovo il malato e la sua croce, riscrivo sul vocabolario le parole che avevo cancellate "coraggio, dignità, pazienza", e ne cerco altre, trovo "amore, speranza,perdono".
Ho parlato della morte alla luce della fede cristiana, e la speranza è che si faccia strada in noi l'idea che può esistere anche una relazione di amicizia con la morte: S. Francesco la chiama "Sorella nostra morte corporale". Forse la vera paura che incute la Morte è la paura del "dopo", per i cristiani la paura di non essere tra i salvati. Devo guardarmi dal dimenticare anche una sola parola del Vangelo, ma so che Gesù non ha mai cessato di amarmi, mi ha voluto bene anche mentre mi diceva del Giudizio e dell'Inferno: allora sono parole di amore, non di minaccia. Devo abituarmi ad ascoltarle dal luogo del suo amore, non della mia paura. Nella descrizione della tempesta sedata sul lago di Galilea, le parole di Gesù "Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?" collegano la paura alla mancanza di Fede. Il Signore è sempre presente anche nelle tempeste con la sua misericordia. Dunque, se credo, neppure la salvezza del mio malato che dice di non credere, che vive una situazione di disagio...se ho Fede, persino la mia salvezza non è impossibile a Dio.
(segue)
Fianco a fianco al malato si parla, quando è possibile fa capolino anche il buonumore, si sta zitti insieme, si condivide quello che accade. Col passare dei giorni lo conosci nel suo declinare e anche se la realtà della tua vita non ha niente in comune con lui, non puoi non identificarlo con te stesso. Sei tu quell'uomo che soffre, che si lamenta; che piange nel suo "dolore totale", che dice la sua fede, le sue imprecazioni , le sue bestemmie, il suo tremendo silenzio: Gesù ha accolto tutto questo e mi chiede di fare altrettanto. Questa è la nuova condizione se voglio pregare, per lui o anche per me soltanto, perché ormai fa parte della mia vita, ci presentiamo insieme davanti al Signore, ciascuno a suo tempo.
Ma non voglio tacere una difficoltà grande, un peso che a volte opprime: l'assenza di Dio. Quando il dolore fisico schianta e sembra non avere fine, anche dentro di noi sentiamo una protesta. "Dio basta, non ne posso più, Dio dove sei?" Non voglio descrivere il dolore fisico perché il terrorismo psicologico non aiuta la serenità del giudizio, ma con un autore francese (M. Bellet) dico anch'io "Parole come coraggio, dignità, pazienza in quei momenti vorresti cancellarle dal vocabolario". L'assenza di Dio non è però solo un fatto di oggi. Tutta la storia ne parla e persino la Storia della Salvezza: tra gli ulivi del Getzemani nemmeno la supplica del Figlio di Dio ha ricevuto soddisfazione. E dopo la sua morte il mondo non è cambiato. C'è il pericolo che diventi un uragano di pensieri, di dubbi e di ansie.
A mettere pace, la figura di Gesù e le sue parole: "Il mio Regno non è di questo mondo". Al limite Gesù domanda "Volete andarvene anche voi?". Sono parole paurose e affascinanti, cui gli apostoli rispondono "Signore, da chi andremo?". L'assenza di Dio è un cammino verso una Fede che matura, sempre più incomprensibile e per questo più intima a Dio. Misteriosi i significati profondi delle Scritture e dei percorsi della vita, anche di quella di Gesù, che apparentemente inascoltato dal Padre conclude "Nelle tue mani consegno il mio spirito". Anche a noi rimane questo percorso: la Fede fondata sulla sua Parola, che ancora una volta non può essere dimostrata ma soltanto accolta, davanti alla sua passione e morte come davanti alla passione e morte del malato. "Sia fatta la tua volontà", perché so che Tu mi vuoi bene.
Allora accolgo di nuovo il malato e la sua croce, riscrivo sul vocabolario le parole che avevo cancellate "coraggio, dignità, pazienza", e ne cerco altre, trovo "amore, speranza,perdono".
Ho parlato della morte alla luce della fede cristiana, e la speranza è che si faccia strada in noi l'idea che può esistere anche una relazione di amicizia con la morte: S. Francesco la chiama "Sorella nostra morte corporale". Forse la vera paura che incute la Morte è la paura del "dopo", per i cristiani la paura di non essere tra i salvati. Devo guardarmi dal dimenticare anche una sola parola del Vangelo, ma so che Gesù non ha mai cessato di amarmi, mi ha voluto bene anche mentre mi diceva del Giudizio e dell'Inferno: allora sono parole di amore, non di minaccia. Devo abituarmi ad ascoltarle dal luogo del suo amore, non della mia paura. Nella descrizione della tempesta sedata sul lago di Galilea, le parole di Gesù "Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?" collegano la paura alla mancanza di Fede. Il Signore è sempre presente anche nelle tempeste con la sua misericordia. Dunque, se credo, neppure la salvezza del mio malato che dice di non credere, che vive una situazione di disagio...se ho Fede, persino la mia salvezza non è impossibile a Dio.
(segue)
lunedì 9 maggio 2011
L'accompagnamento vissuto dal volontario in un itinerario di fede cristiana (39° di Q.diL.)
( segue da 38°)
La prima testimonianza è l'amore per la persona che mi si presenta, il desiderio di accoglierla comunque, senza giudicarla. L'amore guida il malato all'incontro con Dio. Ricordo la frase impressionante e meravigliosa di Levinas "Non lasciare solo un uomo con la sua morte". Non dice di andare a fargli la predica, dice di amarlo; l'amore viene prima dell'annuncio, l'amore può essere annuncio e testimonianza. Madre Teresa di Calcutta fa sua la preghiera del card. Newman: " Ti renderemo lode nel modo che cui Tu preferisci, illuminando che ci sta accanto. Fa sì che Ti predichiamo senza predicare." In questa circostanza si trova spesso anche il volontario. Raramente il colloquio col malato, lo dico con le parole dell'Apostolo, porta "..a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi..", quasi sempre si tratta di tacere. Un "seme cresce nel silenzio e nell'oscurità della terra", non imoprta che io lo veda, e non importa se non conosco le conclusioni che Dio trae servendosi di me: la mia stessa opera Gli appartiene, come Gli appartiene il mio malato. In questo silenzio "obbligato" vivo la preghiera e l'ascolto come realtà che si dilata a tutta la vita, anche nell'azione ho bisogno di silenzio, perché Dio mi possa parlare. Ci si può richiamare al "Vegliate e pregate in ogni momento" del vangelo; parole distinte per un unico modo di essere. Dalla speranza cristiana e da questo amore, non dal dolore e dalla morte, da ciò che è positivo non dal negativo, si fa tenace la volontà di proseguire.
Questo servizio al malato terminale impone di immergersi e rimanere confinati nella concretezza della sua realtà, sempre uguale e ogni giorno nuova, e tuttavia l'esperienza si fa essenzialmente spirituale.
Nell'aggravarsi della malattia in quella stanza senti che si sta compiendo qualcosa di insolito e di definitivo. L'ordinario assume la sua imensione vera, qualcuno parla di "trasfigurazione delle cose". Proprio la gravità del malato richiede la normalità del comportamento.
Non è il caso di esasperare l'idea di vedere Gesù nel fratello malato. Possiamo riconoscerlo, è innegabile, tanto quanto nei nostri familiari, nei passeggeri sull'autobus, nel collega di lavoro. Ma c'è il rischio di enfatizzare: allontaniamo allora da noi una realtà che dobbiamo vivere con normalità "tutta umana" perché possa diventare autenticamente evangelica. Amo quell'uomo malato perché è un uomo (non perché in lui vedo Gesù, che pure c'è). Questa posizione è umiliante non solo per chi non condivide la Fede. Ogni uomo vuole essere considerato e amato per quello che è, non per quello che può rappresentare; instauriamo una relazione umana non sincera e non in obbedienza al comando di Gesù. Il riferimento evangelico è la parabola del Samaritano, il quale ha visto nel ferito soltanto un uomo, quell'uomo, non l'immagine di Dio. Gesù mi dice: "Vai e fai altrettanto". Solo più tardi, con sorpresa, ascolteremo le parole: "In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me."
( segue )
La prima testimonianza è l'amore per la persona che mi si presenta, il desiderio di accoglierla comunque, senza giudicarla. L'amore guida il malato all'incontro con Dio. Ricordo la frase impressionante e meravigliosa di Levinas "Non lasciare solo un uomo con la sua morte". Non dice di andare a fargli la predica, dice di amarlo; l'amore viene prima dell'annuncio, l'amore può essere annuncio e testimonianza. Madre Teresa di Calcutta fa sua la preghiera del card. Newman: " Ti renderemo lode nel modo che cui Tu preferisci, illuminando che ci sta accanto. Fa sì che Ti predichiamo senza predicare." In questa circostanza si trova spesso anche il volontario. Raramente il colloquio col malato, lo dico con le parole dell'Apostolo, porta "..a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi..", quasi sempre si tratta di tacere. Un "seme cresce nel silenzio e nell'oscurità della terra", non imoprta che io lo veda, e non importa se non conosco le conclusioni che Dio trae servendosi di me: la mia stessa opera Gli appartiene, come Gli appartiene il mio malato. In questo silenzio "obbligato" vivo la preghiera e l'ascolto come realtà che si dilata a tutta la vita, anche nell'azione ho bisogno di silenzio, perché Dio mi possa parlare. Ci si può richiamare al "Vegliate e pregate in ogni momento" del vangelo; parole distinte per un unico modo di essere. Dalla speranza cristiana e da questo amore, non dal dolore e dalla morte, da ciò che è positivo non dal negativo, si fa tenace la volontà di proseguire.
Questo servizio al malato terminale impone di immergersi e rimanere confinati nella concretezza della sua realtà, sempre uguale e ogni giorno nuova, e tuttavia l'esperienza si fa essenzialmente spirituale.
Nell'aggravarsi della malattia in quella stanza senti che si sta compiendo qualcosa di insolito e di definitivo. L'ordinario assume la sua imensione vera, qualcuno parla di "trasfigurazione delle cose". Proprio la gravità del malato richiede la normalità del comportamento.
Non è il caso di esasperare l'idea di vedere Gesù nel fratello malato. Possiamo riconoscerlo, è innegabile, tanto quanto nei nostri familiari, nei passeggeri sull'autobus, nel collega di lavoro. Ma c'è il rischio di enfatizzare: allontaniamo allora da noi una realtà che dobbiamo vivere con normalità "tutta umana" perché possa diventare autenticamente evangelica. Amo quell'uomo malato perché è un uomo (non perché in lui vedo Gesù, che pure c'è). Questa posizione è umiliante non solo per chi non condivide la Fede. Ogni uomo vuole essere considerato e amato per quello che è, non per quello che può rappresentare; instauriamo una relazione umana non sincera e non in obbedienza al comando di Gesù. Il riferimento evangelico è la parabola del Samaritano, il quale ha visto nel ferito soltanto un uomo, quell'uomo, non l'immagine di Dio. Gesù mi dice: "Vai e fai altrettanto". Solo più tardi, con sorpresa, ascolteremo le parole: "In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me."
( segue )
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