martedì 21 marzo 2017

Sto a guardare


Macchioline.

Sul  dorso della mia mano.

Increspata la pelle.  Brezza o aria veloce del tempo.

Linee esili blu, a tratti evidenti ma non più il turgore di allora.

Spazi cavi, rientranze dove prima era forza.

Dita e snodi impacciati, tutto però funziona.

La mano: il dorso é il suo vestito, il lato che tutti vedono
al primo sguardo.

Biro, foglio bianco, alla scrivania il cono di luce - la vedo
bene la mia mano - ferma, la contemplo.  In attesa di
scrivere.. la trattengo, é tempo di tacere, di ripeterle il
mio affetto, anche oggi.

Un gesto lento ed é il palmo.

Tutto più vivace.  Il colore, rughe ininterrotte per la
lunghezza delle dita, altre solcano il palmo, linee
dall'inizio incerto e non sai dove si perdano, é festa di
incroci, ricami minimi fino a strizzarti gli occhi, più in la
non puoi.

Il palmo é l'intimità, la parte più riservata della mano,
ascolta, ubbidisce e sa custodire. Tiene saldo il libro della
vita.  Conosce l'offesa e il perdono, miei e degli altri, la
misericordia e la grazia, il peso leggero dell'Eucaristia. Si
apre alla mano dell'altro, sa accogliere e esprimere un
pensiero, un sentimento, l'affetto..la vita.

Il dorso e il palmo, lati necessari inseparabili, ognuno si
racconta.

La biro, il foglio bianco, alla scrivania il cono di luce, ed é
la, ancora ferma - l'interesse, la necessità, il piacere di
ascoltarla.

Ora lascio che scriva.

Due chiacchiere con la mia mano, non é tempo sciupato.
                                       

domenica 31 maggio 2015

Una bimba sconosciuta

    Parlavano di parenti, questioni familiari, compiaciuti e a tratti quasi stupiti del loro stesso dire e ascoltare.

     Uno racconta all'altro di una bambina, racconta le parole che ha rivolto alla mamma, e ne mima i gesti infantili.

     La prossima fermata é la mia, uno sguardo quasi di simpatia a quei due, anche un po' dispiaciuto ma non é solo curiosità. Mi allontano.

     Dispiaciuto sì, ma almeno quelle parole non mi sono sfuggite, subito le ho fermate e me le ritrovo ora nei miei appunti.
       
                             -Queste sono le mie mani,
                             -questa é la mia testa,
                             -i miei piedi, le gambe,
                             -questo il mio petto, la mia voce...

                             -ma io dove sono ?

       Il silenzio, lo sguardo, la mano che sfiora il volto, i capelli, a volte é l'attimo che spiga la vita. Penso alla mamma, le avrà dato la risposta più bella.

       Ma in qualche modo sento che la domanda riguarda anche me, se non altro, penso, potrebbe appartenere anche a un'altra bambina che non ha la mamma.  Però potrebbe incontrare "un nonno sconosciuto", che le può sorridere e quasi per gioco, dirle:

Prova, ripeti con me
                        
-Queste mani sono io                       queste mani sono io  
-questa mia testa sono io                 questa mia testa...
-i miei piedi, le gambe sono io        i miei....        
-il mio petto, la mia voce sono io    il mio..
-tutto il mio corpo sono io               tutto il..       

        Mi hai chiesto dove sei? Ecco, tutto il tuo corpo é il "luogo" dove tu sei, dunque tu sei il tuo corpo ma non solo, altro e altro ancora tu sei..

-il mio modo di sorridere o di essere triste, di parlare o di tacere, sono io.
-la mia paura e la mia gioia, le mie speranze e i miei sogni, sono io.
-il modo di stare con le compagne, a scuola, in famiglia, sono io. 
-quando scelgo un colore per dipingere, la canzone che mi piace ascoltare, quando penso di fare amicizia con qualcuno,....sono io che penso, io che scelgo, sono io che decido...  

        Splendida la tua domanda, grazie. Con il tempo e l'età verrà ancora a trovarti, nuova ogni volta e anche allora sarà splendida, da non disperdere. Se vuoi scrivila anche tu su un foglio... la ritroverai nei tuoi appunti e sarà sempre una domanda amica.  

         Cara bambina non ci siamo mai conosciuti eppure é già ora di salutarci. Sento che tra noi é nata amicizia e sono felice. Ti ringrazio e ti ammiro.


Mi. 01-06-2015  


                                                        

sabato 9 maggio 2015

Può capitare



    
   
  Oggi mi hanno rubato il borsello. La biro che scrive sottile, i vecchi occhiali da lettura, l'e-book regalo dei miei figli.

      "...un furtarello insomma, in fondo le solite cose..". Tanto o poco, io ci andrei piano, é questione di possibilità personali e di punti di vista, ma non é questo l'aspetto che ora mi preme.

     La sorpresa, quando me ne rendo conto, é proprio la mia prima reazione: quegli oggetti mi appartengono oltre il possesso. E' vero, le solite cose, ma mi hanno accompagnato nel quotidiano, hanno fatto parte di un tratto della mia storia e mi stupisce l'affetto, l'amore in cui entrano a far parte le cose, la gioia che mi offrono nel loro utilizzo.

     Per esattezza l'e-book l'avevo da sei mesi, ma era già nata un'amicizia per via dei libri che conteneva, per la disponibilità a tutto tempo e la chiarezza della stampa.

     E ho pensato naturalmente al ladro. Avrà un volto, la sua storia....problemi più grandi di me, comunque un "lavoro" sbagliato.......questa volta poi, per il ladro, forse un "reddito" vicino allo zero.

lunedì 30 marzo 2015

Quaresima 2015




   Scorro lentamente le notizie su facebook. Noto una foto piccola tra le altre che illustrano  la distribuzione di viveri. E' un bambino solo, pelle bruna, magro, a dorso nudo (forse 11 anni), le braccia alzate; anche lui, penso, nell'atto di richiedere aiuti. Clicco.

   Le braccia si muovono ma la scena é tutt'altro, mi prende il respiro, la foto si allarga. Non voglio inserire la voce, mi basta ciò che vedo. Si svolge nello spazio ristretto di un locale, forse un bagno, non finestre né arredi.

   Braccia alzate si muovono a parare colpi di bastone che una bambina più piccola (pelle chiara) gli assesta. L'azione si ferma, la bambina gli fa segno di tenere le braccia abbassate ferme lungo il corpo. Lo sguardo fisso del bambino. Riprende a bastonare, braccia che accennano un movimento. Tutto é fermo di nuovo, di nuovo il bambino ascolta. E' in posizione di attenti, come può, ma il bastone é irrequieto, si muove...

   Braccia esili si agitano nemiche, una smorfia a ogni colpo, il bastone colpisce ovunque, e mi sento inchiodato ogni volta. La bambina ripresa di schiena, così tremendamente bambina. Fuori campo, invisibile, un adulto riprende.

   No ! interrompo ! Una sosta di attesa, il tempo che mi si calmi il respiro. Ma non torno, non tornerò alle immagini.

   La fragilità, l'innocenza violata. A undici anni non si sa dire il perché, vittima l'uno della violenza l'altra di un odio instillato.

   Veramente quel bambino é il Crocifisso del mio tempo, scene di Passione del 2015; nel mondo donne e uomini stanno fuggendo dall'odio e dalla guerra. Mi sento coinvolto, vorrei fermare e ricomporre tutti nella pace.

   Ogni Crocifissione é incomprensibile, incredibile che si ripeta oggi.  

   E incomprensibile resta anche la presenza di Gesù oggi, il suo Silenzio e la sua Promessa, come allora sul Calvario.

   Signore "Credo, ma aumenta la mia Fede" ( Marco 9,24)


mercoledì 25 febbraio 2015

.Un prete di campagna...





     racconta una storiella:



   Un ortolano del paese ritorna a casa dalla Messa
  e la moglie, rimasta a casa, gli chiede che cosa abbia
detto il prete.  L'uomo si confonde, non sa riferire.

 " Che cosa ci vai a fare ?",  protesta la donna " se
hai già dimenticato nei quattro passi dalla chiesa a casa".
L'uomo si gratta la testa, ci pensa su e risponde: "E' 
come quando lavo l'insalata. Se mi chiedi dove è  finita
l'acqua non lo so, ma l'insalata é pulita".

=.=.=.


( il prete )...."  pensavo, se ci succede, alla fine della 
Quaresima, magari anche di non ricordare le parole dei
 preti, ma di essere un po' tutti lavati, lavati dalla parola
di Dio, che grazia sarebbe !"



 





                                              




sabato 31 gennaio 2015

Il giornalino dell'Opera Cardinal Ferrari

"  Insieme attorno al tavolo.."


   Non so se sia pregare oppure no, l'intenzione é accostare il Vangelo alla quotidianità della nostra vita. E tentiamo pure di "scoprirlo" il Vangelo, a volte una novità piccola é una sorpresa, il tassello che qualcuno attendeva.

   Non vuole essere una scuola, né iscrizioni né voti e neppure essere il vecchio "catechismo", a domanda risposta sigillata.

  Leggiamo il Vangelo della domenica successiva al nostro incontro, poi chi vuole condivide il proprio pensiero, pone domande; tutti insieme ascoltiamo e ti accorgi che le parole e lo stesso ascoltare degli altri ti appartengono. Don Antonio é presente, con affetto fa sponda alla nostra impreparazione, misura i suoi interventi.

   Ritrovarsi insieme. Il pensiero va alla preghiera che Gesù ci ha insegnato, i verbi, le parole al plurale. E chi direbbe: " dammi oggi il mio pane quotidiano e rimetti a me i miei debiti come io...." ?

   Ognuno ha bisogno degli altri.

  Si legge, si ascolta,........e può accadere che una frase o una parola soltanto, magari filtrata dall'amico qui attorno al tavolo, senza rumore, senza che tu te ne accorga scivoli nella tua vita. E la illumini.

   Un cordiale saluto dal nostro piccolo gruppo


OGNI  MERCOLEDI'  alle 15,15  in Via Boeri,3        Se vuoi.

lunedì 26 gennaio 2015

S. Ignazio di Loiola



Prendi Signore e ricevi

tutta la mia libertà

la mia memoria

la mia intelligenza

e tutta la mia volontà,

tutto ciò che ho e possiedo,

 Tu me lo hai dato

a Te Signore lo ridono;

tutto é tuo

di tutto disponi secondo ogni tua volontà

dammi il tuo amore e la tua grazia

questo mi basta



          Scritta con l'incertezza della mano sul muro di una cappella, l'ho letta e copiata. Mi coinvolge, mi riguarda ancora.

              Un genere di preghiera abbastanza diffuso, tuttavia colpisce l'irruenza nel modo di offrirsi "...Prendi  Signore  e  ricevi..", é l'impazienza dell'amore, e ancora, quell'affidarsi apparentemente semplice ma così totale e attivo.

              Su un punto insolito vorrei soffermarmi con te: l'offerta della memoria

              Non memoria di chi vive distratto, piuttosto di chi si intrattiene anche col proprio passato, di luci e di ombre, nel quale ognuno può essersi ritrovato.

              Forse Ignazio sente il bisogno di una disciplina della memoria.

              Non so se anche tu sei di quest'avviso: tutto quello che sono stato coincide oggi con me, con quello che sono. Offrire la memoria é dunque mettermi tutto in discussione, decidere di ascoltare quali ricordi il Signore sceglie per me, forse accantonarne altri, e riaccompagnare in me il mio passato con lo sguardo nuovo della pace. Della fiducia verso il futuro.

              

           


 

domenica 18 gennaio 2015

INCONTRO CON GLI AMICI

Cara Lucia, (*)
                 ti avevo chiesto di poter partecipare a una riunione del gruppo volontari domiciliari e ricordo che al tuo tradizionale "perché" non ho dato soddisfazione.........Trovo ragionevole ora motivare la mia domanda a tutti gli interessati....ti allego non una lettera ,ma solo appunti in disordine, nella speranza tu li possa recapitare agli amici prima dell'incontro.      .......

(*) psicologa Lilt


                                    INCONTRO  CON  GLI  AMICI
                                   (  solo  appunti  non  riordinati  )

-. Chiedo a Lucia di poter partecipare ad una riunione del gruppo volontari domiciliari.
-. " Perché ?" - la risposta è complessa.

-. Non ho intenzione di riprendere le visite (appare evidente).
-. Da anni ho lasciato il volontariato attivo. Questione di limiti, di attenzione a ciò che non sono più in grado di fare bene.

-. La decisione di smettere é importante, l'ho maturata nel tempo. Quando decidi non pensi solo a te, pensi anche agli altri, a quelli che lasci e lascerai. Non importa se questo rapporto di dono reciproco é durato poco o tanto, abbandonarlo mi ha cambiato la vita. Una decisione che chiede impegno, sforzo di obiettività, se puoi devi arrivare a dare un saluto di pace, magari sofferto, di accettazione..e di fiducia.  Allora te ne vai e non lasci nessuno.

-. Senza più attività rimane tuttavia l'interesse ad occuparmi degli altri, a tutto ciò che accade nel mondo, a ciò che mi circonda, tra noi é naturale il pensiero ai malati, alle loro famiglie.

-. Nonostante l'assenza dal contesto operativo, mi sento accanto spiritualmente a chi soffre per la malattia o per l'umiliazione della sua situazione economica. "Spiritualmente" non significa affievolire la concretezza o la sincerità che si vive nell'animo, al contrario permette un dono più completo di sé, penso a qualcosa che ognuno di noi sperimenta (o ha sperimentato).

-. Le nostre psicologhe ci hanno insegnato i differenti linguaggi con cui i malati possono esprimersi, lo sguardo, la postura, il silenzio....Penso si possa aggiungerne un altro, questa volta però del volontario: il linguaggio spirituale sommerso, di cui poco si parla. Intendo ciò che ognuno custodisce interiormente, che più preme per sè nella propria vita, che vorrebbe comunicare e non dice. Non lo diciamo forse per discrezione, forse non sappiamo come esprimerlo, eppure in chi ci ascolta qualcosa cambia.

-. Potremmo chiamarlo " il linguaggio delle parole taciute " che spontaneamente fanno breccia e sono l'essenziale, ciò che resta concretamente del nostro esserci, in qualunque argomento ci si impegni. Le parole taciute, a volte con sofferenza, lasciano un'impronta: può accadere che il silenzio dica di più. Penso al linguaggio della grande speranza, del bene che vorresti dire al malato, del bisogno che abbiamo alla fine di sorridere e di essere felici insieme.

-. Pensieri, esperienze che ancora mi aiutano a stare loro accanto nella concretezza della situazione e nell'afflato spirituale, che personalmente non separo dalla preghiera.


-. Allora ecco la risposta a Lucia:  chiedo agli amici di parlarmi dei malati, dei malati poveri nella vita di oggi fra le mille pieghe dei mutamenti sociali, culturali...delle nuove difficoltà che voi incontrate nell'offrire accoglienza e nell'essere accolti.

                                                                                                  A presto                     Luigi




domenica 23 marzo 2014

Lettera a Paul Gondreau

(vedi post precedente)


A " vinonuovo.it "

     Scrivo fuori tempo,  mi riferisco alla vostra pubblicazione in data 03 aprile 2013.
     Vorrei inviare questa lettera direttamente a Paul Gondreau ma non ne conosco l'indirizzo,   spero che per vostro tramite la possa ricevere. Grazie.


Lettera a Paul Gondreau



     Ho una famiglia numerosa e non ho mai conosciuto nella mia vita il dolore di chi ha un figlio diversamente abile.

     La lettura della tua riflessione  ora mi permette di immaginare la tua quotidianità e quanto può mutare l'animo di chi cammina con fede mentre porta la croce. Immaginare, perciò un'idea soltanto abbozzata , senza  presunzione di aver "compreso" l'intima sofferenza che vivi in ogni atto concreto di dedizione al figlio, e tanto meno aver compreso "come si ama", che il Signore segretamente ti confida in Domenico.

     Le tue parole mi chiedono silenzio, riflessione, e quanto hai scritto in me diventa preghiera.

     Una cosa ancora ho da dirti: vi voglio bene, a tutti, a te, a Domenico, a sua madre, a quanti vivono la vostra esperienza.

    Ho 81 anni e non è inutile né troppo tardi per me imparare "come si ama".

                                                                                     Grazie. Ti abbraccio

                                                                                                                       Luigi


sabato 15 marzo 2014

..una donna in Piazza, ... forse ha dato la risposta migliore



     Ha commosso tutti questo abbraccio di Papa Francesco a un bambino affetto da paralisi cerebrale, cercato tra la folla di piazza S. Pietro. Dominic si chiama quel bambino. E ieri ( 3 aprile 2013 ), suo padre - che si chiama Paul Gondreau, ed è un docente di teologia statunitense - ha proposto una riflessione sull'abbraccio tra il Papa e suo figlio pubblicata sul sito Catholic Moral Theology .

     Ne riporto alcuni stralci ( da vinonuovo.it  )


     ...L'abbraccio è arrivato quando  (il Papa), mentre percorreva la Piazza con la papamobile dopo la Messa, in mezzo a 250 mila persone, ha visto mio figlio. Questo momento di tenerezza,..ha commosso non solo la mia famiglia (eravamo tutti in lacrime), non solo quelli che erano vicini (molti dei quali piangevano con noi),...ma il mondo intero.

     Le immagini di questo abbraccio..nel pomeriggio di Pasqua erano già la foto di apertura del
 Drudge Report...,CNN.., Le Figaro..sul New York Post...solo per citarne alcuni.

     Tante volte è difficile provare a spiegare alle persone che non hanno figli diversamente abili che razza di sacrifici nascosti siano richiesti a ciascuno di noi ogni giorno. Riguardo poi a Dominic, lui ha già condiviso la Croce di Cristo molto più di quanto io abbia fatto finora durante tutta la mia vita, anche moltiplicandolo mille volte.

                             CHE SENSO HA TUTTO QUESTO, MI CHIEDO ?

     Per di più tendo spesso a vedere la mia relazione con lui da una parte sola. Lui soffre più di me, ma sono sempre io a dover aiutare lui. Che è poi il modo in cui la nostra cultura tende a guardare i disabili: come persone deboli, bisognose, che dipendono così tanto dagli altri e possono contribuire poco - se non niente - alla vita delle persone intorno a loro.

     L'abbraccio di Papa Francesco a mio figlio ha ribaltato completamente questa logica,...

     Perchè il mondo si è così commosso per le immagini di questo abbraccio? Una  donna in Piazza, commossa fino alle lacrime dall' abbraccio, forse ha dato la risposta migliore quando, poco dopo, ha detto a mia moglie:

           "LO SA ? SUO FIGLIO E' QUI  PER MOSTRARE ALLA GENTE COME SI AMA".

     Mostrare alla gente come si ama. Questa osservazione ha colpito mia moglie, è stata come una conferma venuta dal Cielo di ciò che lei da tempo sospettava....

     Ma come fa una persona disabile a mostrarci "come si fa ad amare" in un modo che solo una persona disabile è in grado di fare? ...nessuno condivide l'esperienza della croce in maniera più intima delle persone disabili.

-    Sì, io do tanto a mio figlio Dominic,
      ma lui mi da di più, molto di più.

-    Io lo aiuto ad alzarsi e a camminare,
     ma lui mi mostra come si ama.

-    Io lo nutro,
     ma lui mi mostra come si ama.

-    Io lo porto a fare fisioterapia,
     ma lui mi mostra come si ama.

-    Io tendo i suoi muscoli e gioco con lui,
     ma lui mi mostra come si ama.

-    Io lo sistemo e lo tolgo dalla sua sedia, lo porto in giro dappertutto,
     ma lui mi mostra come si ama.

-    Io perdo il mio tempo, così tanto tempo, per lui,
     ma lui mi mostra come si ama.


 Questa lezione, lo ripeto, confonde la sapienza del mondo. Il Diavolo mi confonde quando io, suo padre, così spesso non riesco a vedere la sua condizione per quello che è.

   Un'ultima cosa. L'abbraccio di Papa Francesco a mio figlio Dominic indica che non dobbiamo rinchiudere la vicinanza ai poveri espressa dal nuovo Pontefice....in categorie facili, puramente materiali (e solamente politiche). Il suo abbraccio pasquale a mio figlio si erge come una testimonianza del tipo di povertà che egli vuole adottare...nella frase.."Vorrei che l'annuncio della risurrezione di Cristo raggiungesse ogni casa e ogni famiglia, specialmente là dove la sofferenza è più grande..."

     Genitori dei figli disabili, alziamoci e troviamo ristoro e incoraggiamento in queste parole semplici ma così profonde.


     (vedi post seguente)

     

lunedì 24 febbraio 2014

Quaderno di Lavoro - STOP





     La copiatura è terminata.

     Durante il lavoro di trascrizione mi ha accompagnato un numero inatteso di visitatori, sorpresa che mi ha procurato molto piacere. I riscontri scritti sono pochi e mi restano particolar mente cari.

     Sono certo che da molti lettori avrei "ascoltato" più di quanto io non abbia scritto, ma comprendo la difficoltà psicologica a manifestare esperienze o considerazioni che forse hanno coinvolto ( a volte "sconvolto" ) il proprio vissuto e si vogliono custodire nel segreto del ricordo. Sofferenza e amore non sono però parole in antitesi e la porta della conversazione per aiutarci reciprocamente resta aperta.

     A tutti rivolgo il mio grazie sincero e l'augurio di bene.
                                                                                    
                                                                                                 Luigi Covini

giovedì 23 gennaio 2014

Il gioiello (82° di Quaderno di Lavoro)





     Con discrezione, quasi lo occulta, va oltre la professionalità che la distingue, o forse la previene, è qualcosa di stupendamente umano, di umile e grande.  Chiama i suoi volontari a farlo diventare vita, un'esperienza che appartiene ormai anche alla loro storia.

     Visito al domicilio i malati terminali in situazione di disagio economico e consegno il sussidio che la LILT riserva loro. Le prime volte l'atto del "consegnare" è imbarazzante, lo sguardo insiste sui soldi, la mano che si tende restia, poi il "grazie" di una persona non avvezza a ricevere, eppure consolata. Fosse possibile appaggiare quasi di nascosto la busta e andartene, invece la "conta" è necessaria, e anche la firma. Le volte successive si è già più in confidenza ed è già nato il piacere di incontrarsi. Il rapporto privo di commiserazioni, sensibile e deciso, convinto della pari dignità reciproca, stempera l'imbarazzo iniziale e apre anche al sorriso.
 
     Conosco il problema della 4° settimana, ma alcuni, famiglie o persone singole, si trovano in difficoltà giorno per giorno. La povertà economica esclude, è ansia continua, impotenza a decidere di fronte all'essenziale, è malattia nella malattia.

     Soltanto un sussidio mensile e qualche visita, in amicizia...La LILT è anche questo.

sabato 4 gennaio 2014

Verifica di un lungo periodo - L'addio alle cose nella quotidianità (Q di L. 81°)



(Segue da 80°)

     Il ritorno al presente è ritorno alla normalità delle cose, degli spazi e della relazione. Riscoprire che si è ancora padroni del proprio tempo dà slancio al malato non solo psicologicamente, è libertà spirituale e intellettuale di pensare e fare scelte consapevoli. Evito "strategie" studiate e tento di interessarlo a realtà personali vive, mentre ci parliamo, sincere e amiche.

     Posso ricordare a titolo di esempio che il malato prova grande consolazione nel sentirsi ringraziare, senza falsità, per la gioia di averlo conosciuto personalmente, pur dolendomi della causa che ci ha fatto incontrare. Sente di esistere, di essere importante per qualcuno, qualcuno lo stima e ne gioisce. Gli dico che mi piacerebbe intrattenermi con lui, che è interessante, i nostri colloqui ci permettono di abbordare ogni argomento, bello o triste che sia, sempre con la fiducia di poter parlare in libertà, di ascoltarci e risponderci con franchezza anche quando le opinioni divergono.

     Anche con i familiari del malato il colloquio può mettere in comune ciò che ognuno sente di importante nella vita, non escluso il bene e la simpatia, le difficoltà e la paura, e, per chi ha fede, la certezza che l'amore del Padre ci avvolge. Argomenti anche di altra natura e di ordine pratico aiutano il malato a ristabilire una presenza consapevole, purché li senta suoi e siano resi vivi mentre si sta insieme.

     " Scandire il presente nella condivisione del comune destino aiuta il malato a non sentirsi un'isola che muore alla vita, ma un anello nella catena degli uomini, una continuità vissuta anche attraversi i tempi degli altri.  " (autore n.n.)

     La quotidianità che a volte ci ha persino annoiato o dalla quale siamo forse fuggiti, improvvisamente ci appare cara, e ora può accogliere silenziosamente in sé stessa "il grande cambiamento", e il tempo presente e la normalità delle cose e il silenzio ci aiutano a portare pace.

     (Mc. 4,35-41. "...Verso sera disse loro "Passiamo all'altra riva...   perché siete così paurosi, non avete ancora fede?" )

domenica 29 dicembre 2013

Verifica di un lungo periodo -"L'addio alle cose nella quotidianità" (Q di L (=°)





       Un motivo che rattrista il malato vicino a morire e lo induce a un senso di solitudine, è il pensiero che lascerà "le cose", non le proprietà o il conto in banca, ma gli oggetti concreti con i quali ha ora un rapporto immediato, diretto.
 
       Lo sguardo si posa sulle cose comuni che gli stanno attorno e gli sopravvivranno, l'armadio della stanza, la sedia, il muro della casa di fronte...ora presenti nell'attesa e già testimoni di un "dopo", quando lui, ora malato, non sarà più.

       Questo immaginario futuro, questo contemplare le cose che non hanno vita e perciò permangono (più a lungo di lui) lo priva concretamente del tempo attuale che invece gli appartiene e gli è prezioso.

       Una breve divagazione mi pare attinente. Magris nel suo libro " Il Danubio " riporta una poesia composta da una ragazzina austriaca (13 - 14 anni) malata di cancro. Ne trascrivo approssimativamente il testo, naturalmente non in rime.


Una rosa. Bella. Bellissima.
Andava d'accordo con tutti i fiori.


Un giorno vede una rosa di carta.
Le dice - "Come sei bella !"


E questa - "Ma non vedi che sono di carta ?"
La rosa la guarda. Lungamente.
" Io sto per morire".


( Continua )

domenica 8 dicembre 2013

Verifica di un lungo periodo - L'imprevedibilità dell'ultimo tratto Q. di L. 79°

    


     L'ultimo tratto di vita può sorprendere per la lentezza in cui si consuma.
      L'assistenza medica, nella propria casa o in Hospice, è efficiente ma il tempo a volte si dilata oltre ogni previsione. Il carico di una sofferenza nuova rende più intensa quella presente in chi già è provato dal dolore e dalla stanchezza. Ognuno reagisce a modo proprio, conteso tra l'urgenza di vedere il proprio caro liberato dalle sofferenze e la trepidazione di affrontare il momento lacerante dell'addio. Non tutti sopportano in silenzio.

     Terminalità: ma quanto, giorni, settimane...? La routine di oggi si presenterà domani, quanto più grave?

     Quando il tempo sembra non scorrere, la dipendenza (la povertà) del malato si fa più cocente, in lui se consapevole, e in chi gli è vicino sembra salire il livello di insopportabilità, forse di paura. Si teme il futuro e si ha fretta che accada.

     Allora il tempo che resta può apparire come "scandalo della vita".  Qualcuno scuote il capo in silenzio, sul volto un moto di diniego, parole sommesse..."..La dignità della vita", .."Il diritto a morire".

     Evito le dispute teologiche e scientifiche...A volte la sola presenza offre un sostegno valido di condivisione e consola, in altri casi ritengo conveniente appartarmi. Situazioni sempre differenti, ascolto le ragioni di ognuno sensibile alla comprensione e al rispetto, se richiesto non nascondo le mie scelte personali né la mia fede.

domenica 10 novembre 2013

Rose

  




       158, la somma dei nostri anni.
       Non metà ciascuno, più giovane Elena è favorita.
       Nessuna ricorrenza oggi, giornata come altre.
       Elena è bella.  E' Elena.
       La contentezza di regalarti un fiore.

venerdì 8 novembre 2013

Verifica di un lungo periodo - LA POVERTA' (Q.di L. 77°)

( segue da 76°)


       Ho avuto modo di conoscere il malato nella sua casa e accompagnarlo lungo i mesi di vita che gli restavano. Un rapporto unico e personale tra malato-volontario-familiari.
      
       Differente l'esperienza maturata all'Hospice del Trivulzio: presenti contestualmente 12 - 13 ospiti, ognuno in stanza singola (quasi "comunità inconsapevole" di malati terminali). Il rapporto è condiviso con colleghe/i nell'alternarsi dei turni di servizio dei volontari. L'aspetto che primo mi colpisce quando mi accosto a un malato terminale è il senso di povertà.

       Vedo svanire progressivamente l'autonomia della persona e insinuarsi una rassegnazione sofferta alla dipendenza, nel malato si affievolisce il confronto alla pari con gli altri. E' umiliante chiedere aiuto e affidarsi agli altri anche per le cose e i servizi essenziali, ci si può sentire feriti nel proprio senso del pudore. Si tratta di accettare di essere "mendicanti e grati" senza possibilità di scelta, a chiunque ad ogni livello ti soccorra.

      Il malato chiede di parlare a qualcuno nel tepore dell'ascolto e nella riservatezza del colloquio, chiede un amore che si esprima sollecito e concreto in ogni manifestazione, anche di servizio, di vicinanza materiale e spirituale.

       E' importante capire le parole della "povertà", perciò ripensarle e studiarle, ma io (volontario) ho bisogno di più, di comprendere "le parole del povero" lì, in quel momento, quelle che il mio malato pronuncia.  "Le parole del povero" sono l'incontro con lo sguardo, sono l'ascolto di una voce. Ho bisogno di ascoltare le "sue" parole come risuonano all'interno del suo mondo, dentro l'orizzonte che lo delimita per comprendere se ho risposte sincere, oppure per dirgli che neppure io, come lui,  ho risposta. Bisogno di ascoltare anche le parole non dette che il malato scambia con me nel silenzio della sua persona e nello sconforto, per sopportarle insieme, per poterlo amare di più.

( continua )

domenica 15 settembre 2013

Senza Titolo E (Quaderno di Lavoro 75°)




( continua da /74° )



       Cara Lucia,
                         ...sento il peso dei miei 76 anni, da tempo si è fatto più marcato, ..Devo riconsiderare l'opportunità di proseguire nel mio impegno al Trivulzio, decisione sofferta, considerata l'importanza che riveste per me,..   Si compie un periodo bello e intenso con la semplicità e la naturalezza della vita, bello e intenso come insieme l'abbiamo vissuto.

       Benedico il giorno in cui mi hai permesso di iniziare questa nuova condivisione, a me allora poco chiara eppure attesa da tempo.  Avrò nostalgia dei momenti più umani e più sacri vissuti a tu per tu coi malati sulla soglia del tempo, porgendo il sorso d'acqua o il cucchiaio del pasto, discorrendo oppure ascoltando soltanto la loro presenza.

       E tuttavia ciò che ora mi viene sottratto non sminuisce la gioia e la riconoscenza per quanto ho ricevuto e gratuitamente mi è stato concesso di offrire. Sento un vuoto ingombrante, le colleghe, i colleghi, tutti, ma oltre l'affetto che pure rimane e la commozione, sento il bene che mi avete lasciato dentro, di cui voi tutti avete stipato la mia vita, materiale e spirituale.

       Con te particolarmente vorrei soffermarmi, abbiamo alle spalle una storia lunga, però l'amicizia non resta alle spalle.

       Mi mancherà il tuo pungolo a sospingere il pensiero verso prospettive più ampie o nei recessi dell'animo, mio e dell'altro...e io troppo ostinato a rintuzzarti.

       Vedi, è una lettera un po' strana, scrivo a te e mi rendo conto che non riesco a non pensare e non parlare a tutti.

       Non voglio però che i ricordi appannino il presente, restiamo fiduciosi sempre e sempre insieme, perché insieme abbiamo camminato nel bene.

       Naturalmente ci ritroveremo alla riunione.

       Cara Lucia grazie, ti ricordo, ti voglio bene.         Luigi


giovedì 20 giugno 2013

Senza Titolo E (Q. di L. 74°)





      
     
E -    In apertura di queste pagine "Senza titolo"  l'età chiedeva la parola, ma in realtà non ha mai smesso di far sentire con autorevolezza la sua presenza.
   
         Si parla di stagioni della vita, ora è importante per me comprendere in quale stagione mi trovo, individuarla per esserne consapevole, accettandone i limiti e spiare nell'età che avanza nuove strade di amore e di senso.

          Invecchiare resta sempre una questione personale, ma particolarmente ai nostri giorni è forse qualcosa che si deve imparare da sé. L'evolversi della società ridimensiona i rapporti tradizionali tra le generazioni, e nasce la necessità di discernere, fra tanti cambiamenti, quale saggezza di vita e di fede è irrinunciabile nella propria vita e nella testimonianza del quotidiano.

          E' importante per me vivere bene il presente (ora più lento) anche per gli altri, senza aggrapparmi al passato e senza disperderlo, fare meno e più profondamente, ritrarmi in me stesso e non rendermi assente.

         E' la stagione dei frutti e il ringraziamento si fa ininterrotto. Senza clamore la vita spoglia delle attività, a volte anche delle parole, e tu se vuoi, nella Fede, puoi diventare sola presenza umile e adorante davanti a Dio che ti ha amato tutta la vita e ti salverà nella morte.

          Il Signore non mi chiede di essere e fare ciò che non sono e non posso,  ma di essere con semplicità "sale" in senso evangelico, cioè semplicemente fedele a Dio, perciò fiducioso e "confessante".

          Questa è anche la mia preghiera.

          Dunque le stagioni si alternano e si dice " ..sento che qualcosa sta cambiando..". E' un modo comune di dire, ma a volte la sensazione è più vissuta. " sta cambiando ", due sole parole ma dense di significati, indicano nel presente un continuo mutare, "cambiare" non rinnovare, non rendere nuovo, modificare nella struttura e nell'essenza, fare o non fare o essere altro da ciò che è attualmente.

          L'età nel suo colloquio, mi ha detto qualcosa di cui non mi ero mai accorto: il volontariato in Hospice richiede anche una fatica fisica e con questa devo confrontarmi. Qui si concretizza per me il "cambiamento", senza offerta di opzione, e da qui nasce la lettera che ho inviato a Lucia, psicologa consulente cui il gruppo dell'Hospice si riferisce.

          (  segue  )

        

domenica 2 giugno 2013

Senza titolo D - (73° di Q. di L.)






        Nella riunione di gruppo dei volontari ho riferito la storia di un malato come lui stesso me l'ha raccontata. Vita travagliata, particolarmente contrastata dalla "sorte" e dalla impreparazione a stringere rapporti familiari e sociali, con alti e bassi. Segnata a volte da soddisfazioni anche affettive, altre più numerose e che ancora permangono, dalla solitudine e dall'abbandono.

       Con la schiettezza reciproca ormai raggiunta, gli chiedo " Non pensi che dopo tante prove, successi, luci e ombre, dopo l'esperienza stessa del tempo che se ne va, al di sopra di tutte queste cose uno possa sentire il bisogno di aprirsi, di perdonare a tutti? E' un abbraccio che in fondo noi stessi sentiamo il bisogno di ricevere."

       Lo vedo sorpreso, meravigliato come per una novità troppo bella, cui forse non aveva pensato. Sembra felice al solo pensiero, sorride. Dice " Però è difficile " e continua a sorridere.

       Non so interpretare l'espressione e le parole del "mio" malato. Forse un'utopia , oppure soltanto un desiderio.*

       Perdono, un amore più grande del torto subito, bisogno di ricevere e dare amore senza condizione, senza più limiti di spazio e di tempo. Ma per una persona che dice "Però è difficile" e non smette il suo sorriso affascinato, forse è impossibile sognare un Dio che perdona?

       * "..Il tuo desiderio è la tua preghiera...il desiderio prega sempre, anche se tace la lingua.." (S. Agostino )

       nb- Prima di riferire nei dettagli  questi colloqui durante gli incontri tra volontari mi sono posto  alcune domande.
- Privacy - Ciascun operatore in questo volontariato è strettamente tenuto ad osservare il segreto professionale.
- Formazione - Nei nostri incontri è scambio, acquisizione di nuove esperienze e  riflessioni utili a comprendere e sostenere malati e parenti.
- Utilità - Nel contesto dell'Hospice siamo a contatto con  persone prossime alla morte. A mio avviso è importante per il volontario tenere sempre presente la "categoria" del perdono ( fosse soltanto per il valore pacificante che assume anche in una mentalità estranea alla Fede Cristiana).