venerdì 24 luglio 2009

Incontro un nuovo malato( termina 2° di Quaderno di Lavoro)

Giugno



Da settimane Sandro è fermo, può voltare soltanto la testa. Lo aiutiamo a sedere sul letto, le gambe penzoloni e gli avambracci appoggiati a una barra che abbiamo fissato. Alcuni cuscini e una fascia agganciata alle strutture lo cingono, ma sta poco, a stento il tempo di qualche boccone che la mamma gli porge. Non riesce a sostenere il capo, e subito cominciano le operazioni per riposizionarlo sdraiato.


Si sente stravolto dalle vertigini e dalle allucinazioni ormai frequenti; allora dice flebilmente "aiutatemi"; ti fai vicino, un contatto, una parola, ma è poco. Improvvisamente Sandro si rivolge alla zia infermiera.


"vorrei, vorrei sapere se c'è ancora speranza"

"speranza di che cosa ?"

"di guarire...se è stato tutto inutile"

"ma cosa dici, sai che i farmaci non fanno effetto subito, ci vuole tempo"


Qui non reggono l'idea di informare il malato. Angoscia profondamente vedere un uomo privato della consapevolezza delle sue ultime ore, è come fosse derubato della libertà e della vita che gli resta, in certo senso anche di quella passata.


So che devo rispettare le loro scelte ma spontaneamente, con decisione e tono pacato, taglio il discorso alla zia.


"Sandro non è stato e non è inutile, noi siamo molto contenti che tu sia qui con noi, anche noi soffriamo insieme a te e ti vogliamo bene. Nessuno, né per te né per ciascuno di noi, nessuno può dirci che cosa succederà domani. Accontentiamoci tutti di vivere giorno per giorno, anche tu con noi, se siamo capaci, con fiducia e in pace. Niente è stato inutile Sandro".


Non so da dove mi siano venute improvvisamente queste parole, ma non ho saputo dire di meglio. Non so neppure perché si sia quietato; dopo ricordo soltanto il suo silenzio.


Lo guardo. Ogni segno di vita ora è proprio relegato al viso. Questo corpo inerte, deformato, avvolto dall'affetto di tutti ma estraneo anche a Sandro, è una cosa che curi, sposti, ma lui lo trovi soltanto in quegli occhi umidi, nel viso. Oggi mi ha chiesto di muovergli il capo in una posizione diversa. Dice che così va bene. Si assopisce spesso; l'occhio sinistro deformato, sporgente, resta aperto anche quando l'altro è chiuso nel sonno.


Ha mormorato qualcosa.

La mamma "Sandro hai parlato?"

"no stavo sognando"

La mamma si rivolge a me, accennando un sorriso: "sta sognando, forse nel sogno cammina".


Giugno.


Sono stati giorni lunghissimi a fine giugno, vorrei dire crudeli per questo procedere troppo lento, inesorabile. Giorni e notti con un respiro che arranca. Non mangia più, non beve. A marzo, in aprile, ci sono stati anche momenti di allegria, abbiamo persino riso insieme, ma ora non è più tempo.


Ogni giorno nel tardo pomeriggio arriva Maria Teresa, l'infermiera dell'Unità di Cure Palliative: è persona attesa e amata. La professione che possiede saldamente e la carica affettiva che trasmette ne hanno fatto il perno, il punto di riferimento quotidiano per la famiglia e per Sandro.


Siamo tutti stanchi, i genitori sfiniti eppure forti per vegliare sul figlio: c'è la zia e ci alterniamo perché possano riposare, riposare anche lo sguardo da quell'osservare incessante. Adesso si parla adagio per non disturbare, si sta anche zitti; sembra sempre imminente, eppure passano i giorni.


Ricordo che una volta Sandro mi ha detto "in America ci sono delle macchinette che regolano la vita come vuoi". Mi interessava l'idea naturalmente, e quieti ne abbiamo parlato, senza scandalo e senza assenso. Anche oggi qualcuno non ne può più, e dice che "basterebbe un'iniezione, ma qui in Italia non si può"; questo sfogo non chiede parole di ritorno, vuole soltanto essere ascoltato; la comprensione si fa più grande, condividi la sua e ormai la tua sofferenza, gli stai vicino, gli vuoi bene. Oggi non trovo risposta.


L'ora è insolita ma vado da Sandro, è troppo grave. Siamo insieme nella stanza in silenzio. Questo respiro non ha più ritmo, le pause sono troppo lunghe ti fanno pensare che sia l'ultimo, poi ti ricredi perché un altro ne viene, e un altro, fuori tempo. Basta.


Gli sguardi si sollevano, si incrociano, si fermano per un lungo istante negli occhi dell'altro; c'è un sospiro lieve, forse di riposo. E' il dono della morte. E' accolta da tutti con semplicità, con naturalezza; la mamma però deve convincersi poco a poco.


Non so immaginare la mano che stringe una siringa, forse un giorno oppure mezz'ora prima...la morte ci chiede di riconciliarci con la vita. Ti resta sempre un senso profondo di riconoscenza, il bisogno di ringraziare: Sandro mi ha accettato nei mesi forse più difficili della sua esistenza, i genitori mi hanno sempre accolto come "uno della famiglia", Maria Teresa, per me un esempio e una scuola. Pensavi di dare e vedi quanto hai ricevuto.


La ricchezza di questo amore e della sofferenza che ho conosciuto si stempera in me nella fede che tento di vivere, e guardo in un orizzonte più ampio e incomprensibilmente gioioso la nuova realtà di ciò che è stato. Il tempo sbiadisce i ricordi della sofferenza, e l'amore che hai vissuto si sedimenta nel tuo animo sino a diventare te stesso, a diventare preghiera.


Può sembrare contraddittorio, eppure proprio questo richiamo all'amore, al servizio, mi impone oggi di "ritirami" da Sandro. Non devi "possedere" il malato, non devi tenere per te il suo affetto e neppure il suo dolore: anche il malato è di Dio, non tuo.


Così, libero, sereno nello spirito e nel volto, potrò avvicinare ancora un malato e chiedergli se mi vuole accogliere.

A metà dell' estate

Quando si è in tanti le piccole storie o gli eventi più significativi ogni giorno crescono insieme, come l'erba del prato: la varietà delle forme, dei fiori colorati, la diversa resistenza alla forza del vento, formano un unico insieme.


Nelle famiglie i più piccoli diventano meno piccoli, altri si sono già presentati puntuali agli appuntamenti importanti, Prima Comunione, Cresima, la laurea...ora nuove iscrizioni, la ricerca di un lavoro. L'erba cresce.


Qualcuno ci offre momenti di apprensione, anche questi da condividere.


A fianco dell'allegria contagiosa dei bambini, del vigore e della vita di chi è giovane, qualcosa si allenta. Uno stelo è un po' chino, difficile distinguerlo nel prato, eppure c'è in tutti attenzione. Mentre lo curi, lo sguardo può alzarsi oltre il piano dell'erba e raggiungere un pezzo di cielo. Ti fa pensare che si può credere anche in ciò che non tocchi e non vedi. Sa di fiducia, di pace...anche queste da condividere "insieme".


Sono tornato al mio blog. Per troppo tempo ho lasciato a metà un articolo, rimedio e lo concludo.









lunedì 29 giugno 2009

Incontro un nuovo malato (continua 2° di Quaderno di Lavoro)

Maggio.

Sandro si è aggravato. Anche le braccia e le mani si fermano. Gli porgo alla bocca una caramella, gli alzo il peso morto del braccio per cambiargli posizione. Hanno comprato due letti da ospedale, la stanza è riordinata e ci sono dei fiori al davanzale. Quando esco la signora mi saluta alla porta, poi subito viene al balcone del cortile al piano rialzato, e dalla parete di edera che lo ricopre vedo un gesto lieve della mano, tra le foglie un sorriso dolce, velato. Non mi so abituare, ogni volta mi scuote, mi fa soffrire di più. Lunedì mattina dovrò essere là presto perché il marito sarà assente: la visita mensile di controllo del suo melanoma. Anche a lui oggi, parlando di Sandro nella saletta, si sono fatti gli occhi lucidi.
Cerco di darmi a loro come più sono capace, ma sento anche il bisogno di ritirarmi in me stesso, di capire di più quello che vedo in tutto questo soffrire. Vi sono momenti nella vita in cui restiamo assolutamente indifferenti al mondo esterno, alla cultura, all'economia, al potere, ad ogni impulso di competizione con gli altri, ed emerge l'uomo nella sua dimensione essenziale alle soglie delle realtà e dei valori definitivi. Se vi è assenza di dolore fisico e nella lucidità di una mente consapevole,questi, nel malato, sembrano momenti alti di libertà, non lontani per me da un certo sgomento. E' una angolazione insolita per una persona sana e attiva; ora il malato è in cattedra e ti parla: supino, nel silenzio ti dice tutta la sua e la tua realtà attuale, nuda, concreta, alla luce delle cose ultime.
"Il malato terminale è persona capace non solo di ricevere dagli altri, ma anche di dare..", è vero, nel suo stesso ricevere ti dona qualcosa. Guardo Sandro, raramente qualche momento di rabbia, poi la rassegnazione paziente, la semplicità nell'abbandonarsi all'amore di chi lo circonda, il coraggio di lasciarsi amare: ma non è qualcosa di definitivo, ogni giorno la lotta.
Si vive insieme al malato, in te c'è controllo non separazione, e insieme si affronta l'esperienza nuova, o sempre uguale. Esperienza crudele per Sandro, giorno per giorno la sua vita che si ritira, irrevocabile, senza fretta. Questo dolore aggredisce anche te, devi misurare con intelligenza le tue forze, perché qui il tempo è lungo; però non abituarti al malato, sarebbe come abituarsi a vivere.
In mezzo a questo mare di sofferenze, di sfacelo, sento una presenza che non ha confini, che non comprendo a fondo, più grande del dolore e del pianto. Mio Dio non mi è possibile capire, ma ti credo, con fiducia ti aspetto: anche per Sandro dopo questo buio la grande luce.
(continua)

mercoledì 17 giugno 2009

Guardare il mondo

Si susseguono notizie allarmanti di conflitti, di corruzione, di ingiustizie rivestite di legalità ( però non tutto ciò che è legale è anche lecito ), si innalza la soglia della paura, della povertà a livello globale o in chi ti è accanto. Ci si può persino assuefare a vedere ed ascoltare il peggio.
Eppure sento il bisogno di guardare il mondo con bontà.
La bontà appartiene a Dio soltanto, ma si fa conoscere al mondo dalle scelte che l'uomo opera nella realtà del quotidiano.
"Bontà" poi, è una famiglia di parole, di modi di essere e di sentire. E' simpatia anche senza riscontro, rispetto e comprensione, è partecipare al dolore e sperare e saper attendere, è gioire di ogni gioia buona, gioia che è gioia da sempre, è libertà, determinazione e fedeltà al bene, è misericordia, dolcezza e perdono, è infinito, diluvio e arcobaleno, è amore e morte e vita per sempre....
La bontà di ognuno di noi nel quotidiano, soltanto una piccola luce della bontà di Dio..è annuncio, forse preghiera.
Insieme ad altri, a molti....sento il bisogno di guardare il mondo con bontà.

domenica 7 giugno 2009

Incontro un nuovo malato (2° di Quaderno di Lavoro)

Marzo
Appuntamento alle quattro e mezza. L'infermiera è puntuale; un caffè insieme poi qualche parola ancora, per saperne di più. Entriamo.
E' gente affabile, semplice. La stanza risulta subito stretta, qualcuno deve rimanere in piedi. Letti, armadi, mobili, la tele, sul comò tante medicine. Lui steso di schiena, oppresso dalla sua mole, a stento muove testa e braccia, i lineamenti sottili del viso persi in un gonfiore che cancella la forma del collo. Mani e gambe esili. L'immobilità e la conformazione attuale del corpo rendono problematica la raccolta delle urine. Spesso è scoperto.
Ci sono altre stanze, ma in questa batte il cuore della famiglia: qui in tre passano il giorno e la notte.
Parla la madre, il padre, poi la madre, la madre, il padre: poi la madre, parlano di lui malato, della sua malattia, del "suo" ospedale, dei medici, sanno come lui si sente, come sta, cosa vuole. E' un muro che sale. Eppure troverò il modo per fare breccia. Ora si ascolta soltanto, al più si fa un cenno. Il figlio malato ha 32 anni, anche prima viveva in casa. Vorrei essere nei suoi pensieri, come me ascolta in silenzio, ma lui per la centesima volta.
Penso ai genitori così stanchi, alla loro necessità di parlare in continuazione, a questa affettuosa inconscia violenza. Giorno e notte, pesantissimo lo stress che sopportano, forse per questo non si rendono conto che si ha bisogno anche di stare zitti. Ma il silenzio ti è amico se sai da dove viene e dove riporlo in te; forse a loro porta ricordi ora insostenibili, forse racconta già un domani col quale non hanno ancora fatto pace. Sei davanti alla sofferenza, davanti a un mistero; vorresti essere capace di un' umiltà più profonda, sono io a dover etare zitto qui ad ascoltare soltanto. Questa gente ti affascina, in un lampo di tempo ti insegna la vita, le vuoi bene, anche se a tratti la vedi guardinga, quasi gelosa del proprio dolore. Ti ritrai, aspetti, è l'intimità dell'anima.
Il telefono. Ne intuisco immediatamente la preziosità: la signora si avvia verso un'altra stanza per riapondere e ..."risponderà" per oltre venti minuti.
Caro Sandro, così ho avuto la sorpresa della tua voce inaspettatamente argentina. Mi hai accennato alle tue esperienze di questi ultimi quattro anni, al volto che il tumore ti aveva deformato e che ora, dopo l'intervento al capo, si è un po' ricomposto. Tu sai tutto della tua malattia ma, a parte quella, mi dici che il tuo corpo è sano e non capisci perchè adesso le gambe non si muovono più. Poi il discorso scivola sulle colline piacentine, sugli allevamenti, sulla scelta del nucleare, la disoccupazione in Europa, i tuoi studi; tutti e due abbiamo bisogno di ascolarci. Una carrellata a briglie sciolte, con un papà che tentava di intervenire ma che avvertiva il piacere di vederti tanto infervorato nel discorso. La telefonata è finita. La mamma è contenta perchè ti vede quasi sorridere, mentre parlava sentiva il tono vivace della tua voce. Sono le 7 e dieci. Devo andare.
Cammino verso casa: lampeggia un semaforo, la gente, le vetrine come al solito. Tutto è faticoso e incerto: i suoi occhi, le sue chiusure improvvise, ciò che non dice mi resta dentro.
( Continua )

mercoledì 3 giugno 2009

Bus 90

Sono sulla 90, tutto tranquillo, corsia preferenziale, è l'ora del rientro a casa. Una voce in breve si distingue, prevale sulle altre, una si contrappone, diventa un alterco, i toni si fanno aspri, le parole volgari. Non si capisce cosa sia accaduto.
Un vecchio, seduto e giornale aperto davanti; è "bianco", vestito da "bianco", lo spazio di due sedili più in là un vecchio in piedi all'uscita del bus: è "nero", vestito come può.
Intorno bianchi e neri zitti, siamo allibiti, ferisce vedere due persone unite dalla vecchiaia e il loro reciproco infierire, quegli insulti così affilati appaiono contro natura, ognuno mentre li scaglia e li restituisce, fa a pezzi la propria dignità. Attimi di costernazione e di tensione: zitti a imparare dai vecchi come ci si può odiare. Anch' io sono vecchio. Sono bianco, vestito da bianco.
E' sceso, riemerge il solito brusio del parlare, il calore umano che riscalda.
Anche da bambini, ricordo, c'era violenza, perché è innata nell'uomo. Tutti avevamo la forza di "mollare un pugno in faccia all'altro", prima della forza però dovevi aver maturato nell'animo la decisione di fargli del male: maturare, sì come i frutti, che non maturano in un attimo. Già prima, nel tempo che hai alle spalle, giorno dopo giorno, se lo dai, è maturato quel pugno.
- "..custodisci sopra ogni cosa il tuo cuore, fluisce dal cuore la vita." (Prov.4, 18-23)

martedì 26 maggio 2009

L'età della pensione (1° di Quaderno di Lavoro)


Appena varcata la soglia dell'età pensionabile, "il riposo", a volte, si riveste di un fantasma: la possibile inutilità della vita. A tratti l'esperienza conosce lo sconforto: ieri al "centro" delle cose, l'agenda fitta di impegni, la conversazione, gli incontri frequenti, forse un certo "prestigio", ora, solo, tra persone al cui mondo non appartengo più. Altri hanno occupato il mio posto e ne sono divenuti il naturale riferimento. Patisci il ridimensionamento delle attività e delle azioni, delle parole ora prive del peso che manifestavano nella società: resti attonito, devi capire che cosa rincorri, che cosa ti è sfuggito di mano. Vorresti ancora agire, fare, invece è l'immobilità,il disorientamento, la noia. L'età della pensione insomma, può farci rischiare lo spavento del vuoto, e non sempre è facile pensare che il vuoto attende da te d'essere colmato. Ti rendi conto che non puoi venire a patti: gli svaghi, lo sport, la cultura, gli hobby, i lavoretti utili, prima devi andare alla radice poi tutto può essere accettato e vissuto positivamente.

Tante opportunità dunque, anche piacevoli e utili, ma insufficienti a soddisfare l'esigenza divenuta ancor più pressante, concluso ormai il lungo percorso professionale della mia vita: aprirmi agli altri in una relazione di pace, di bene, in un amore che per sua natura va condiviso nella concretezza del quotidiano, nella festa come nel turbamento della sofferenza, anche di quella più estrema.
Il quadro che ho tentato di tracciare, può forse azzardare una prima risposta di base alla domanda "perché il volontariato ?". Personalmente la risposta è intimamente intrecciata alla Fede Cristiana, ma non è qui il caso di trattarne. Mi pare importante mettere in luce come ognuno custodisca in sé convinzioni personali, e come la scelta di impegnarsi in un volontariato in linea con queste, divenga la congiunzione naturale tra due stagioni di vita tanto differenti. Eventualità non frequente: offre l'occasione di essere concretamente fedeli alle ragioni di vita che ciascuno ha maturato o ha sempre custodito in sé.
Mi sono avvicinato alla "Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori" in modo del tutto occasionale, attraverso il passa-parola. Ho incontrato Renzo, amico dalla giovinezza, che non vedevo da anni e subito si è riaccesa la scintilla vivissima della prima amicizia. I ricordi del dopo guerra, della "S. Vincenzo alle case minime" di Bruzzano (ora demolite) che frequentavamo insieme: un ghetto, un alveare di "poveri" (il fallimento di certa edilizia popolare). Con le famiglie però si diventava "amici", ma rimaneva in noi un disagio. La povertà degli altri non smette di interpellarci. Renzo mi diceva che ancora adesso vive la stessa sensazione quando, a nome della "Lilt", consegna alle famiglie disagiate dei malati terminali (non più "case minime", semplicemente la nuova povertà) la busta del sussidio mensile. Da qui a farmi spiegare che tipo di volontariato svolgeva, chi è il volontario domiciliare, cosa si intende per accompagnamento di un malato terminale di cancro, i problemi e gli atteggiamenti del malato e dei familiari, il coinvolgimento nel gruppo di volontari cui si partecipa, la presenza della psicologa, i contatti con l'infermiera e l'oncologo, ecc. è stato un tutt'uno.

La sorpresa e la novità di questo nuovo modo di spendere il tempo, ha fatto subito breccia nel mio interesse; però l'adesione è stata ponderata nel tempo e in dialogo con mia moglie Elena. Importante decidere insieme i nostri impegni, e bello condividerli spiritualmente nell'impostazione di vita che ognuno sceglie, pure in settori differenti.

Col tempo affiora la consapevolezza di quanto la gratuità del volontariato abbia favorito anche un'apertura, una libertà rispetto al tipo di rapporti sociali ed economici peculiari nel mondo del lavoro, necessari alla mia famiglia e che mi hanno interessato, ma anche costretto alla inevitabile monotonia di alcuni aspetti ripetitivi e di interessi necessariamente circoscritti.

Quando è iniziato il tempo che si prospettava a mia totale disposizione, si è fatta avanti una considerazione di carattere generale: se la vita è importante, "quale il senso del tempo che mi appartiene?", "quale nuova responsabilità ne scaturisce?", e ho sentito la necessità di mettermi alla ricerca di una mia nuova collocazione, di un modo nuovo di stare con gli altri,...forse, a motivo di quanto ho già accennato, di un modo nuovo di pregare.

Con il pensionamento si entra ufficialmente nella categoria di persone la cui vita, nella considerazione degli altri, è tallonata dalla parola "ormai", che con cortesia ironica si accompagna alla "piccola" falsità di parlarti, anche più in avanti negli anni, di "aspetto giovanile", di "età matura":"vecchio" - "vecchiaia", mai. Chissà se è soltanto cortesia, priva di qualsiasi autodifesa,...ma a chi è più in là negli anni spetta d'essere più comprensivo.

Mi pare di accogliere con serenità il fatto che l'età ridimensiona molte prospettive della vita, lasciando spazio a ciò che maggiormente preme. Ad esempio la dimensione spirituale sembra permettere maggiore comprensione di tutta l'esistenza, e maggior speranza. Il tempo vissuto nel bene (offerto e accolto) passa, non fugge, e resta amico.

Da sei anni ho il privilegio di praticare questo volontariato, e fin che la necessaria attitudine lo consente, l'intenzione è di continuare. Ho tracciato qualche esperienza personale del mio percorso verso il volontariato, semplicemente per presentarmi, prima di offrire agli altri la lettura di questo fascicolo: non vorrei tuttavia banalizzare o enfatizzare il problema di chi dal lavoro è prossimo ad "entrare" nel "suo" tempo libero, o di chi vi è già immerso e, tanto meno, additare il volontariato come "la" soluzione.

"L'età della pensione" è argomento vasto per le reazioni che l'impatto sempre repentino, anche se atteso, opera nella vita di una persona. E' importante coglierne l'aspetto spirituale, che non ritengo però unico. Considerata la complessità del problema, oltre l'aspetto più strettamente personale, non si possono sottovalutare le risorse familiari, affettive e culturali, lo stato di salute, i bisogni autentici ed il livello economico, l'ambiente ecc. occasioni ed aspetti entro i quali si colloca questa esperienza.

Nella singolarità della propria situazione, soltanto ad ogni persona spetta la libertà e la responsabilità di decidere come vivere il tempo della pensione, e talvolta, di sostenere il peso di un contesto concreto che non consente scelte.