( segue da 46° di Q. di L.)
Vedo Dario ansimare, è sconvolto; si agita in modo scomposto, a scatti afferra e ripone la maschera dell'ossigeno, il viso congestionato esprime sofferenza e paura. Impreca. La moglie è tranquilla "... E' sempre stato un tipo nervoso...". Evidente quanto sia alta la soglia del pericolo. Telefono subito al medico: 25 gocce sublinguali e 60 diluite e iniettate nel sondino. Pochi minuti, la crisi si avvia a soluzione. Sopraggiungono la dottoressa e l'infermiera e ritengo opportuno lasciare la casa. Ancora un saluto quieto, affettuoso anche da parte sua, accenna un sorriso, un grazie. Ora ha la forza di parlare con il laringofono. Il forte spavento induce Dario ad accettare senza indugi il ricovero all'Hospice dove, pur perfettamente assistito, spirerà la settimana dopo.
Riascolto mentalmente la lentezza faticosa del suono sommesso, la voce non permetteva di più, lo svolgersi di parole chiare, distinte: la bestemmia.
Sgomento; sorpresa, dolore, sofferenza , speranza, paura, amore, grido e silenzio, stati d'animo contrastanti, sensazioni, non c'è tempo per descrivere né per riordinare, in me è un sentire unico nel bagliore di un attimo, in uno sguardo che vaga alla ricerca di Dio, in quella stanza. In punto di morte quasi una sfida a viso aperto.
Ho avuto la percezione della presenza non visibile ma reale di Dio. Persone, cose, in uno spazio interamente posseduto, colmo, allagato da Dio, improvvisamente unica realtà e riferimento assoluto. Senza parola, la sola presenza interpella. Nessuna via di fuga, nessun tempo che passa, tutto in attesa, immobilità dovuta. Attorno la realtà immutata, l'interesse e l'affetto verso il malato e insieme il disagio, la repulsione fisica per ciò che osservi e aggredisce, ma priva del coinvolgimento di prima, vi è distacco, tutto è sospeso, proiettato come in uno sfondo, nell'ombra. Non ho mai bestemmiato (non è un vanto), eppure davanti all'Immenso c'ero anch'io in quella bestemmia, anch'io nel male del mondo. Prima zitto, mi sono ritrovato a supplicarLo al plurale, "noi due", io in prima persona a contraddire l'ovvietà, in nome di un perdono che tante volte ho ricevuto e mi ha salvato; pregavamo, io e Dario inconsapevolmente con me. Il Signore che mi ha voluto tanto bene, non può non perdonarmi anche la colpa che ho nel mio compagno malato, non può non perdonare anche a lui e salvarlo come ha salvato me. Gli ho ricordato che per questo è stato sulla croce. Al nostro parlare m'è parso aggiungersi una voce. Ho ricordato Emmaus. Quando il Signore mi chiamerà vedrò Dario nella luce dei Santi.
La conversione, il pentimento...il catechismo? Non so, ma mi chiedo perché Gesù, che per anni ha annunciato con fermezza il Regno, abbia sentito il bisogno sulla Croce di amarci (oserei dire) "oltre" l'Annuncio e pregare con le parole "Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno".
Verso casa una via quieta, pochi passanti e poche macchine, e ripenso attonito all'amore e alla gloria di Dio nel segreto del quotidiano: in quella stanza scomposta un malato, una inferma di mente, un volontario. Accetto l'ironia di chi non crede, la compiacente perplessità dello psicologo; ma davanti a certe morti e certe esistenze, al tempo che chiude, capriccioso e sempre muto...o Dio c'è, il Dio di Gesù, oppure tutto non ha senso. Però la Fede non è una resa.
Signore spiegami più a fondo che cosa mi è accaduto oggi. Ti sono grato eppure ho timore, ho bisogni di chiederti perdono e bisogno di lodarti. Ma quali parole, dove troverò ciò che è degno?
" Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore " ( salmo 115,13 )
venerdì 28 ottobre 2011
venerdì 14 ottobre 2011
Dario, il mio amico (46° di Q. di L.)
La nostra relazione costituisce un'oasi di quiete, si fa sempre più personale e interessante; Dario mi chiede di darci del tu. Improvvisamente da un contesto assolutamente concreto, un'esperienza spirituale forte nel momento più delicato della crisi. Non tratteggio le ricadute ambientali che la malattia e la situazione particolare comportano, anche se ciò permetterebbe di cogliere più viva l'intensità dei fatti. Le condizioni di Dario esigono sorveglianza continua, praticamente inattuabile in famiglia. Una scheda breve, ed eludo come di consueto, ogni identità.
Malato
Neoplasia esofago; un'apertura a vista praticata alla base del collo. Non assume cibi, né liquidi per via orale. Lievi emorragie; se accentuate pericolo di soffocamento. Afono, quando è in forze parla con l'ausilio del laringofono. Non accetta l'offerta del ricovero all'Hospice.
Moglie
Inferma di mente da anni, inaffidabile. E' presenza continua e assillante, ora insostenibile per il malato.
Figlia
Mostra interesse e cura fattiva, ma assente per necessità negli orari di lavoro e durante i lunghi spostamenti.
"Non posso mangiare, bere, non fumare, m'è rimasto un dente qui davanti, sono qui soltanto a aspettare la morte; (pausa,sorride)...eppure mi piace vivere! ...".
Così come lo vedi e ti guarda, le ultime parole sono insopportabili. Gli sono vicino, anche se non ho la presunzione di comprendere sino in fondo la sua sofferenza; glielo dico, poi aggiungo che avrei avuto piacere di conoscerlo molto, molto tempo fa; ci saremmo scambiati tante idee, esperienze, avremmo avuto "il piacere di litigare" e il piacere di ritrovarci vicini, ancora insieme come adesso.
Però, per quanto lo conosco, gli ho detto, vedo altro nella sua realtà. Il bene corrisposto che lo lega alla figlia (annuisce), e il bene che vuole a sua moglie, anche se ora è una presenza ancor più problematica: non l'ha mai lasciata sola, le ha teso la mano per lunghissimi anni. Gli dico che nella sofferenza si porta dentro anche questo, il bene verso cui tutti ci incamminiamo, qualunque siano le nostre convinzioni.
Dario, classe 1932. Socialista antico, attivo nella lotta sindacale, idealista, contestatore del suo stesso partito, operaio meccanico specializzato in missione anche all'estero, anticlericale convinto, ironico e allegro; tante volte abbiamo discusso e riso insieme. Una storia diversa dalla mia, ormai mio amico.
Ci salutiamo con la solita cordialità. Esco per ritirare da una ditta specializzata il laringofono che avevo portato a riparare, e sono di ritorno dopo un'ora.
Vedo Dario ansimare, ..
( Segue)
Malato
Neoplasia esofago; un'apertura a vista praticata alla base del collo. Non assume cibi, né liquidi per via orale. Lievi emorragie; se accentuate pericolo di soffocamento. Afono, quando è in forze parla con l'ausilio del laringofono. Non accetta l'offerta del ricovero all'Hospice.
Moglie
Inferma di mente da anni, inaffidabile. E' presenza continua e assillante, ora insostenibile per il malato.
Figlia
Mostra interesse e cura fattiva, ma assente per necessità negli orari di lavoro e durante i lunghi spostamenti.
"Non posso mangiare, bere, non fumare, m'è rimasto un dente qui davanti, sono qui soltanto a aspettare la morte; (pausa,sorride)...eppure mi piace vivere! ...".
Così come lo vedi e ti guarda, le ultime parole sono insopportabili. Gli sono vicino, anche se non ho la presunzione di comprendere sino in fondo la sua sofferenza; glielo dico, poi aggiungo che avrei avuto piacere di conoscerlo molto, molto tempo fa; ci saremmo scambiati tante idee, esperienze, avremmo avuto "il piacere di litigare" e il piacere di ritrovarci vicini, ancora insieme come adesso.
Però, per quanto lo conosco, gli ho detto, vedo altro nella sua realtà. Il bene corrisposto che lo lega alla figlia (annuisce), e il bene che vuole a sua moglie, anche se ora è una presenza ancor più problematica: non l'ha mai lasciata sola, le ha teso la mano per lunghissimi anni. Gli dico che nella sofferenza si porta dentro anche questo, il bene verso cui tutti ci incamminiamo, qualunque siano le nostre convinzioni.
Dario, classe 1932. Socialista antico, attivo nella lotta sindacale, idealista, contestatore del suo stesso partito, operaio meccanico specializzato in missione anche all'estero, anticlericale convinto, ironico e allegro; tante volte abbiamo discusso e riso insieme. Una storia diversa dalla mia, ormai mio amico.
Ci salutiamo con la solita cordialità. Esco per ritirare da una ditta specializzata il laringofono che avevo portato a riparare, e sono di ritorno dopo un'ora.
Vedo Dario ansimare, ..
( Segue)
domenica 25 settembre 2011
Preghiera di un soldato (45° di Q. di L.)
Questa preghiera sembra appartenesse a un soldato americano caduto nella battaglia di Montecassino.
(Da un'altra trincea, forse quella dell'esperienza, della preghiera anche del mio malato)
Senti Dio, vorrei dirti, come stai?...
Vedi, Dio, mi dicevano che tu non esisti e come uno sciocco vi ho creduto.
Ieri sera da una trincea ho veduto il tuo cielo...ho compreso immediatamente che mi avevano detto una bugia.
Se mi fossi preso la pena di vedere le cose che tu hai creato avrei capito che quelli non chiamavano le cose con il loro nome.
Io mi domando, Dio, se tu vorresti stringermi la mano.
In qualche modo sento che mi capirai.
Strano... dovevo venire in questo luogo d'inferno per avere il tempo di vedere il tuo volto.
Bene, penso che non vi sia più molto da dire.
Ma sono veramente contento, Dio, di averti incontrato oggi.
Indovino che l'ora zero sarà presto qui: ma non ho paura perché so che tu sei vicino.
Il segnale! Bene, Dio, devo andar via.
Io ti amo molto, molto...questo vorrei che sapessi.
Adesso, vedi, questa lotta sarà orribile...chissà...
può darsi che io venga stasera a casa tua...
Mi domando, Dio, sebbene prima io non fossi tuo amico
se mi aspetterai alla tua Porta...
Guarda, io piango... verso lacrime... vorrei averti conosciuto
in tutti questi anni...
Ora devo andare, Dio, arrivederci.
Strano... da quando ti ho incontrato
non ho più paura di morire.
venerdì 22 luglio 2011
Incontri
Santa Maria Maggiore
Luglio inquieto, nubi, tante nubi per tutti...ma una diversa l'ho incontrata.
Non è una nuvoletta e neppure un' enormità di nube, semplicemente direi una nube adulta, elegante questo sì.
E' apparsa nell'azzurro pulito pulito di oggi, sfolgorante il bianco dei bordi frastagliati, forse li esalta il contrappunto di poche ombre discrete al suo interno, un tratto di maturità.
Illuminata da un sole nascosto incanta, è leggera, bella, è libera, disponibile al vento se ne va appoggiata sul nulla e nulla chiede a nessuno.
Altre nubi più grandi l'assorbiranno, si fonderà, si scioglierà fino a scomparire.
Svanirà. Ma non la bellezza che mi ha dato.
Luglio inquieto, nubi, tante nubi per tutti...ma una diversa l'ho incontrata.
Non è una nuvoletta e neppure un' enormità di nube, semplicemente direi una nube adulta, elegante questo sì.
E' apparsa nell'azzurro pulito pulito di oggi, sfolgorante il bianco dei bordi frastagliati, forse li esalta il contrappunto di poche ombre discrete al suo interno, un tratto di maturità.
Illuminata da un sole nascosto incanta, è leggera, bella, è libera, disponibile al vento se ne va appoggiata sul nulla e nulla chiede a nessuno.
Altre nubi più grandi l'assorbiranno, si fonderà, si scioglierà fino a scomparire.
Svanirà. Ma non la bellezza che mi ha dato.
sabato 2 luglio 2011
Volontario compagno del malato (44° di Q. di L.)
(Segue da 43°)
Comprendere il senso delle parole, il tono della voce, lo sguardo, i silenzi: l'ascolto è il cuore dell'accompagnamento. Cerco di rimanere solidale col malato anche quando affiorano divergenze di mentalità, diversità di valori; il rispetto per la libertà dell'altro è condizione e sorgente di comunicazione. Solidale nei momenti più difficili quando, pur nell'assurdità della prova, ti pare di vivere insieme a lui il bisogno di essere accolto in un amore grande dove deporre finalmente la sua stanchezza, la sofferenza sua innanzi tutto, e la tua. E' il bisogno che tutti abbiamo di un amore gratuito, laici e credenti. Gratuitamente ci hanno amato i genitori, chi ha fede può dire "il Padre" e da questa esperienza siamo stati iniziati ad amare. Forse la presenza del volontario può essere un segno di questo amore.
L'accompagnamento del malato terminale è occasione e speranza di vivere la fede che incontra la vita nella sua concretezza. I giorni della salute, della forza, non suggeriscono questi pensieri, "L'uomo nella prosperità non comprende..." (Salmo 49,21), ma qui emozioni e sentimenti si condividono, questa realtà ci allinea, ci rende tutti uguali.
Per il cristiano questo volontariato è ascolto, presenza attiva e al tempo stesso contemplazione, preghiera. Dalla materialità così tangibile di un corpo e delle cose semplici come l'arredo di una stanza, un uomo passa ad una realtà "altra", non più legata alle categorie del tempo, dei sensi.. a una realtà attesa e promessa nel mistero di Dio, "Ritornerò e vi prenderò con me perché siate anche voi dove sono io" (Giov. 14,3). "Qualcuno" che non vedo e non odo è qui.
Sentiamo parlare di questi mali con commiserazione, a volte ascoltiamo apprezzamento per i volontari che li seguono, ma chi dice, almeno a sè stesso, nell'animo o in un incontro di amici-fratelli cristiano, della presenza di Gesù, di Maria che intercede "nell'ora della nostra morte?".
Ho colleghe e colleghi, alcuni si definiscono "laici", cui mi sento molto legato dall'affetto e dalla stima, dalla riconoscenza per quanto mi hanno dato e coi quali vivo la gioia di ricevere e offrire il bene.
Sarebbe bello accogliere altri volontari e condividere con loro questa esperienza di amore, vissuta nella fede e nella preghiera.
Comprendere il senso delle parole, il tono della voce, lo sguardo, i silenzi: l'ascolto è il cuore dell'accompagnamento. Cerco di rimanere solidale col malato anche quando affiorano divergenze di mentalità, diversità di valori; il rispetto per la libertà dell'altro è condizione e sorgente di comunicazione. Solidale nei momenti più difficili quando, pur nell'assurdità della prova, ti pare di vivere insieme a lui il bisogno di essere accolto in un amore grande dove deporre finalmente la sua stanchezza, la sofferenza sua innanzi tutto, e la tua. E' il bisogno che tutti abbiamo di un amore gratuito, laici e credenti. Gratuitamente ci hanno amato i genitori, chi ha fede può dire "il Padre" e da questa esperienza siamo stati iniziati ad amare. Forse la presenza del volontario può essere un segno di questo amore.
L'accompagnamento del malato terminale è occasione e speranza di vivere la fede che incontra la vita nella sua concretezza. I giorni della salute, della forza, non suggeriscono questi pensieri, "L'uomo nella prosperità non comprende..." (Salmo 49,21), ma qui emozioni e sentimenti si condividono, questa realtà ci allinea, ci rende tutti uguali.
Per il cristiano questo volontariato è ascolto, presenza attiva e al tempo stesso contemplazione, preghiera. Dalla materialità così tangibile di un corpo e delle cose semplici come l'arredo di una stanza, un uomo passa ad una realtà "altra", non più legata alle categorie del tempo, dei sensi.. a una realtà attesa e promessa nel mistero di Dio, "Ritornerò e vi prenderò con me perché siate anche voi dove sono io" (Giov. 14,3). "Qualcuno" che non vedo e non odo è qui.
Sentiamo parlare di questi mali con commiserazione, a volte ascoltiamo apprezzamento per i volontari che li seguono, ma chi dice, almeno a sè stesso, nell'animo o in un incontro di amici-fratelli cristiano, della presenza di Gesù, di Maria che intercede "nell'ora della nostra morte?".
Ho colleghe e colleghi, alcuni si definiscono "laici", cui mi sento molto legato dall'affetto e dalla stima, dalla riconoscenza per quanto mi hanno dato e coi quali vivo la gioia di ricevere e offrire il bene.
Sarebbe bello accogliere altri volontari e condividere con loro questa esperienza di amore, vissuta nella fede e nella preghiera.
lunedì 20 giugno 2011
Volontario compagno del malato (43° di Q. di L.)
(Articolo per la parrocchia)
Molti pazienti oncologici raggiungono oggi la guarigione o una terapia di controllo compatibile con la normalità della vita. Altri, nella propria abitazione , sono affidati alle "Unità di Cure Palliative Domiciliari" e il volontario può essere invitato dal personale sanitario, nella distinzione dei ruoli, ad offrire il suo contributo di assistenza. E' subito chiaro che l'aspetto medico, pur importantissimo, non è l'unico motivo di inquietudine.
Col passare dei giorni il malato si accorge di non appartenere più al mondo esterno, che pure era il suo: il lavoro, gli impegni, gli svaghi, le amicizie si rarefanno e presto diventano realtà lontane. I limiti che la malattia impone diventano barriere che isolano. L'affiorare di queste difficoltà, i ricordi rappresentano ogni volta un confronto e un distacco premonitore di "qualcosa" che accadrà, e col pensiero il paziente ripercorre la storia della sua vita, della sua malattia, della sua famiglia; il suo modo di valutare l'esistenza.
Il volontario domiciliare offre la sua disponibilità a rimanere vicino al malato; in modo figurativo si parla di "accompagnamento", cioè di andare insieme, in un contesto semplicemente "umano" non professionale, con il bagaglio spirituale, culturale e psicologico che ognuno porta con sé, senza imporlo e senza rinunciarvi. Nessuna finzione dunque, nessun secondo fine. "Accompagno", non conduco: è il malato nella sua strada obbligata a decidere la cadenza del passo, l'arrancare o la sosta; a volte si affretta, non sempre è facile tenerne il ritmo. Il volontario non lo abbandona, ha attenzione e affetto anche per la sua famiglia, per le persone che a qualunque titolo gli sono vicine e soffrono solidalmente con lui, o ne sopportano la presenza.
( segue)
Molti pazienti oncologici raggiungono oggi la guarigione o una terapia di controllo compatibile con la normalità della vita. Altri, nella propria abitazione , sono affidati alle "Unità di Cure Palliative Domiciliari" e il volontario può essere invitato dal personale sanitario, nella distinzione dei ruoli, ad offrire il suo contributo di assistenza. E' subito chiaro che l'aspetto medico, pur importantissimo, non è l'unico motivo di inquietudine.
Col passare dei giorni il malato si accorge di non appartenere più al mondo esterno, che pure era il suo: il lavoro, gli impegni, gli svaghi, le amicizie si rarefanno e presto diventano realtà lontane. I limiti che la malattia impone diventano barriere che isolano. L'affiorare di queste difficoltà, i ricordi rappresentano ogni volta un confronto e un distacco premonitore di "qualcosa" che accadrà, e col pensiero il paziente ripercorre la storia della sua vita, della sua malattia, della sua famiglia; il suo modo di valutare l'esistenza.
Il volontario domiciliare offre la sua disponibilità a rimanere vicino al malato; in modo figurativo si parla di "accompagnamento", cioè di andare insieme, in un contesto semplicemente "umano" non professionale, con il bagaglio spirituale, culturale e psicologico che ognuno porta con sé, senza imporlo e senza rinunciarvi. Nessuna finzione dunque, nessun secondo fine. "Accompagno", non conduco: è il malato nella sua strada obbligata a decidere la cadenza del passo, l'arrancare o la sosta; a volte si affretta, non sempre è facile tenerne il ritmo. Il volontario non lo abbandona, ha attenzione e affetto anche per la sua famiglia, per le persone che a qualunque titolo gli sono vicine e soffrono solidalmente con lui, o ne sopportano la presenza.
( segue)
sabato 11 giugno 2011
Figura di donna
Figura di donna giovane seduta, ritratta di lato. Piedi appoggiati a uno sgabello un po' in là dalla seggiola. In luce viva il collo, i capelli ondulati raccolti alla nuca, e parte delle mani giunte. Viso appena reclinato in avanti a custodire le mani giunte del bambino che tiene sulle ginocchia.
E' mia madre, lui mio fratello Francesco, due anni circa. La foto in bianco e nero lo ritrae frontalmente. Piedi e gambe si agganciano, capelli chiari, braccia ben tornite, in camicia da notte bianca senza maniche; tutto in luce viva, accesa nel vestito scuro della mamma. E' impegnato nella operazione delle sue manine, paffuto e serio di quella serietà innocente che fa sorridere i grandi e li fa pensare. Dietro, un lettino con la rete di corda ai lati, intravedo la tappezzeria del muro, l'anta di un armadio ma tutto è sfumato. Scene nel quotidiano della mia famiglia, anche per me che sono l'ultimo è stato così.
Non è poco, la mamma accanto al letto col suo bambino, il respiro unico della preghiera. E' tempo dedicato. Non ho scritto parole da Libro Cuore, è ricordo di dolcezza e di sobrietà, immagine sì d'altri tempi ma la terra buona è scelta di ieri come di oggi.
Da lì, dalle mani giunte della mamma e del bambino inizia la "storia della mia preghiera", sempre più personale, e mi accorgo che più che storia "mia" in sostanza è la storia di Gesù in me. Ricostruirla a tu per tu con Lui (e con Maria), non scriverla, tentare di comprenderne i significati e viverli; la meraviglia per l'impensabile e il "definitivo" accaduti, sorprese ritrovate o riconosciute soltanto ora. Il Signore che non ti abbandona e si fa sempre più vicino, più intimo.
Anche questo è tempo dedicato.
Da lì, dalle mani giunte della mamma e del bambino inizia "la storia della mia preghiera"...eppure ho care le parole di S. Agostino:
" Tardi ti ho amato,.."
E' mia madre, lui mio fratello Francesco, due anni circa. La foto in bianco e nero lo ritrae frontalmente. Piedi e gambe si agganciano, capelli chiari, braccia ben tornite, in camicia da notte bianca senza maniche; tutto in luce viva, accesa nel vestito scuro della mamma. E' impegnato nella operazione delle sue manine, paffuto e serio di quella serietà innocente che fa sorridere i grandi e li fa pensare. Dietro, un lettino con la rete di corda ai lati, intravedo la tappezzeria del muro, l'anta di un armadio ma tutto è sfumato. Scene nel quotidiano della mia famiglia, anche per me che sono l'ultimo è stato così.
Non è poco, la mamma accanto al letto col suo bambino, il respiro unico della preghiera. E' tempo dedicato. Non ho scritto parole da Libro Cuore, è ricordo di dolcezza e di sobrietà, immagine sì d'altri tempi ma la terra buona è scelta di ieri come di oggi.
Da lì, dalle mani giunte della mamma e del bambino inizia la "storia della mia preghiera", sempre più personale, e mi accorgo che più che storia "mia" in sostanza è la storia di Gesù in me. Ricostruirla a tu per tu con Lui (e con Maria), non scriverla, tentare di comprenderne i significati e viverli; la meraviglia per l'impensabile e il "definitivo" accaduti, sorprese ritrovate o riconosciute soltanto ora. Il Signore che non ti abbandona e si fa sempre più vicino, più intimo.
Anche questo è tempo dedicato.
Da lì, dalle mani giunte della mamma e del bambino inizia "la storia della mia preghiera"...eppure ho care le parole di S. Agostino:
" Tardi ti ho amato,.."
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